mercoledì 29 febbraio 2012

...benvenuto Fabio!

Cara Marcella,



siamo felici Antonio ed io di comunicarti che proprio oggi siamo stati promossi a "nonni" a tutti gli effetti perchè nostra figlia Emanuela stamattina ha dato alla luce un bel maschietto di nome Fabio. La mamma e il bimbo ringraziando il Signore stanno bene. Pensa che regalo che mi ha fatto mia figlia proprio il giorno del mio compleanno, perchè oggi 29 febbraio io compio 60 anni, mi ha regalato la gioia di un nipotino. Antonio è molto felice ed emozionato fino alle lacrime perchè con il suo percorso di vita, mai più pensava di arrivare a provare questa gioia e invece il Signore gli ha dato anche questo dono grandissimo. Ci tengo tantissimo che tu sappia questa bella notizia perchè hai condiviso con noi i momenti più difficili e ora vogliamo condividere con te questo momento di grande gioia, perchè le buone notizie fanno sempre tanto bene al cuore e rallegrano la vita.


Con tanto affetto


Antonio e Maria Rosa


Arrivo ora a casa e trovo questa bellissima mail di Maria Rosa ed Antonio: amicizie belle, rapporti umani sinceri! Anche loro tra i fatti più belli della mia vita: quelle cose per caso, mai per caso...ma sempre e solo frutto della Sua volontà! Storie, strade, che Lui ha riunite, incrociate proprio attraverso la sofferenza, la malattia! e la conclusione buona ha sfatato ogni ipotesi nefasta, negativa avanzata indelicatamente da chi per deontologia professionale dovrebbero non solo prendersi cura del malato, ma salvaguardarlo da ogni male in forza di quell'amore cristiano che Gesù, il Cristo, ci ha testimoniato con la Sua vita!...ma sono "cose" che purtroppo tanti dimenticano.. o forse non sanno nemmeno cos'è l'Amore: non sanno amare! mi spiace per loro perchè prima o poi "lo scotto con la dura realtà" lo proveranno anche loro!

Goisco della vostra gioia e rendo a Lui grazie per la Vita donata, per l'Amore copiosamente riversato su tanti, su tutti, grazie a questo bellissimo evento!

Vi abbraccio tutti con tanto sincero affetto!

...nel frattempo ci sino parlate per telefono ed è stata un'emozione davvero grande!

venerdì 24 febbraio 2012

Madeleine Delbrel, L'ESTASI DELLE TUE VOLONTA’

L'ESTASI DELLE TUE VOLONTA’
(Madeleine Delbrel)


Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa,
noi li ringraziamo di avercelo chiesto.
Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa
in tutta la nostra vita,
noi ne rimarremmo meravigliati
e l'aver compiuto questa sola volta la tua volontà
sarebbe «l'avvenimento» dei nostro destino.
Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto
tu metti nelle nostre mani tanto onore,
noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi,
da esserne annoiati.
Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero,
noi rimarremmo stupefatti
di poter captare queste scintille del tuo volere
che sono i nostri microscopici doveri.
Noi saremmo abbagliati nel conoscere,
in questa tenebra immensa che ci avvolge,
le innumerevoli
precise
personali
luci delle tue volontà.
Il giorno che noi comprendessimo questo
andremmo nella vita come profeti,
come veggenti delle tue piccole provvidenze,
come mediatori dei tuoi interventi.
Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
Noi siamo tutti dei predestinati all'estasi,
tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi
per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.
Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero,
ma dei felici eletti,
chiamati a sapere ciò che vuoi fare,
chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.
Persone che ti sono un poco necessarie,
persone i cui gesti ti mancherebbero,
se rifiutassero di farli.
Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,
il bambino da alzare, il marito da rasserenare,
la porta da aprire, il microfono da staccare,
l'emicrania da sopportare:
altrettanti trampolini per l'estasi,
altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,
dalla nostra cattiva volontà
alla riva serena dei tuo beneplacito.




Serva di Dio Madeleine Delbrel Laica 
Mussidan, Dordogna, Francia, 24 ottobre 1904 – Ivry-sur-Seine, Parigi, 13 ottobre 1964

I recenti disordini, quasi una rivolta, avvenuti nella ‘banlieue’ parigina, spia di un disagio sociale, di una mancata integrazione, di una miseria economica, di un’emarginazione stridente al confronto con i più ricchi quartieri di Parigi, affondano le radici in tempi più lontani e dei quali si è giunti ora, alla prevedibile esplosione.

E vedendo quelle immagini di una quasi guerriglia urbana, il pensiero è andato indietro nel tempo, agli anni Trenta del secolo appena trascorso, quando nella desolata periferia parigina, cominciò ad operare una piccola e forte donna, che aveva votato la sua vita, al sollievo morale e sociale della ‘banlieue’ di allora.

Si chiamava Madeleine Delbrêl ed era nata il 24 ottobre 1904 a Mussidan in Dordogna, una regione interna della Francia Sudoccidentale, fra il Massiccio Centrale e il fiume Garonne.

Pur essendo stata educata da genitori cattolici praticanti, durante l’adolescenza, Madeleine si avvicinò alla cultura positivista, contraria ad ogni forma di metafisica e quindi di religione e che afferma che il metodo delle scienze naturali è l’unico valido per la conoscenza della realtà e deve essere applicato anche allo studio della formazione psichica e sociale dell’uomo.

A 17 anni, l’emancipata giovane si dichiarava atea e scriveva nel suo radicale ateismo: “Dio è morto!”. Tutto si accentuò, quando il padre ferroviere venne nominato capostazione a Sceaux, e tutta la famiglia Delbrêl si trasferì a Parigi, nella cui periferia era situata la cittadina.

Ma il Signore agisce per vie a volte incomprensibili, per raggiungere il cuore delle persone e attirarle a sé, e sarà lì, nella desolata periferia parigina, che Madeleine l’incontrerà e cambierà vita, abbracciando con passione totale la causa dei poveri, degli emarginati, degli indifesi.

Sarà lei stessa a raccontare, che il momento del cambiamento fu un vero ‘colpo di fulmine’, avvenuto dopo che un carissimo amico che frequentava da tempo, Jean Maydieu, decise di farsi religioso entrando nell’Ordine dei Domenicani; questa decisione provocò in Madeleine Delbrêl una profonda crisi.

Cominciò ad interrogarsi sul senso profondo dell’esistenza e allora il positivismo, le sembrò la risposta meno adatta alla sua inquietudine, troppi interrogativi erano lasciati aperti.

Ed eccola incamminata sulla strada della conversione, infatti si dedicò subito ad approfondire seriamente il significato del messaggio evangelico.

Con i consigli di padre Jacques Lorenzo, parroco della chiesa di San Domenico (che sarà poi la sua guida spirituale), si avvicinò alla fede e utilizzando l’innata fantasia, l’amore per la natura e l’etica sociale, divenne un’efficiente caposcout.

Fu per lei una iniezione di freschezza e semplicità, accanto ai giovani ritrovò la passione per la vita semplice, la solidarietà verso gli indifesi, il contatto con la natura.

Ma l’esperienza fra gli scout, non esauriva la sua voglia di impegnarsi alla luce del Vangelo, per cui nel 1933 a 29 anni, dopo aver studiato come assistente sociale, si spostò a Ivry-sur-Seine all’estrema periferia di Parigi, insieme a due capiscout, per vivere nel quotidiano l’esperienza del Vangelo.

Non poteva scegliere luogo più bisognoso di una parola religiosa e di speranza; Ivry-sur-Seine, dove resterà per quasi 30 anni, fino alla morte, era chiamata “la città delle 300 fabbriche”, e come in tutte le realtà urbane e sociali, dove si addensano tante unità produttive, con afflusso di lavoratori provenienti da realtà diverse e da altri luoghi, anche Ivry-sur-Seine, era un crogiuolo di tensioni, rivendicazioni salariali, lotte operaie, scontri sociali e ideologici.

E in quel tempo, la cittadina era anche il cuore del marxismo e del comunismo francese; i ritmi esasperanti di lavoro, lo sfruttamento operaio e le ripetute ingiustizie, suscitavano la rabbia collettiva e l’intolleranza.

Madeleine, vivendo a fianco della gente nella quotidiana lotta per vivere, poté rendersi conto, che in quel luogo di fatica ed emarginazione, mancava la voce del Vangelo; i cattolici non erano presenti e non c’erano preti, era un vuoto pesante, che lei pensò di dover riempire portando fra quella gente, spesso disperata, la speranza di Cristo.

Cominciò a percorrere le strade della periferia, mescolandosi fra la gente, entrando nei caffè affollati, nelle osterie e nelle sale d’attesa dei metro, dove erano rifugiati i più disgraziati, li avvicinava, li ascoltava, si caricava dei loro problemi, offrendo loro la consolazione e la speranza dell’amore cristiano.

Qui Madeleine Delbrêl, in stretto contatto con i militanti comunisti del luogo, con un profondo senso dell’azione umanitaria, associata al suo spirito contemplativo, viveva l’amore di Dio tra la folla parigina, coniugando con la difesa dei poveri e degli oppressi, la lotta per la giustizia sociale e il rispetto della dignità umana.

La sua presenza, così leale e spontanea, era apprezzata anche da chi non condivideva la sua fede, come il sindaco di Ivry-sur-Seine, George Marrane e il vicesindaco Venisce Gosnat, i quali nel 1939, le affidarono il servizio di assistenza sociale della città.

E da quel giorno, nell’ufficio situato nella sede del Municipio di Ivry in rue Raspail 11, Madeleine Delbrêl fu sempre presente, accogliendo con la sua profonda umanità chiunque bussasse alla sua porta; l’intensa vita interiore, il suo spirito ascetico e contemplativo, illuminarono e diedero sostanza al suo impegno sociale, ricco della carica rivoluzionaria del cristianesimo, che lei visse con grande autenticità.

Tra i suoi compagni di strada e d’impegno sociale, c’erano anche atei, agnostici e comunisti convinti e lei che più di tutti poteva comprenderli per le sue precedenti convinzioni agnostiche, collaborava con tutti senza pregiudizi, contribuendo a stemperare le forti tensioni sociali.

Visse, approvandola con entusiasmo, l’esperienza tutta francese dei ‘preti operai’, soffrendone quando nel 1952, il movimento fu sospeso dal Vaticano; si recò allora a pregare in San Pietro a Roma “affinché la grazia dell’apostolato sia conservata alla Chiesa di Francia”.

Ma dopo qualche anno, si presentava la provvidenziale e ispirata iniziativa di papa Giovanni XXIII, di convocare nel 1959, il Concilio Ecumenico Vaticano II, che porterà uno spirito nuovo nella Chiesa; durante la preparazione della grande assise dei vescovi di tutto il mondo, Madeleine venne consultata sul tema dell’ateismo e dell’evangelizzazione del mondo lontano da Dio; che segnerà una delle aperture più clamorose del Concilio.

Madeleine Delbrêl morì a 60 anni, il 13 ottobre 1964 a Ivry-sur-Seine; precorritrice di tante altre belle figure di laici, sacerdoti, religiosi, che nel secolo XX, hanno scelto, specie in Italia e Francia, di vivere sulle strade del mondo, cogliendo la sfida del Vangelo e traducendola nella quotidianità a fianco dei più deboli in ogni senso, che nella storia dell’umanità sono sempre stati la maggioranza.

Il 12 maggio 1993, è stato concesso dalla Santa Sede il nulla osta per la Causa di beatificazione; i vescovi di Francia, nel 2004, celebrando il centenario della nascita, affiancando la sua figura a quella di s. Teresa di Lisieux, hanno definito la Serva di Dio Madeleine Delbrêl “faro di luce per avventurarci nel terzo millennio”.

Autore: Antonio Borrelli

Don Giulio, domenica 26 febbraio 2012


Buona domenica

e buon inizio Quaresima



don Giulio



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LETTURE DI RIFERIMENTO



Dal libro della Gènesi

Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».



Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».







RIFLESSIONE



26 febbraio 2012



TI DEVO PARLARE

1a domenica di Quaresima B



“Ti devo parlare”. Questa espressione sulla bocca di un capo,

di un preside, di un prete, genera una tempesta di interrogativi:

“Cosa vorrà dirmi? Su quale polemica mi vorrà portare?”.



“Ti devo parlare!”. Quando ci dice così nostro padre o madre,

un amico a cui teniamo molto, o ancor più chi amiamo

è ancora peggio e frullano in noi esami di coscienza lampo:

“Dove ho sbagliato? Quale rimprovero deve farmi?”.

Così a volte per giorni ti tormenti passando al setaccio

tutto quello che hai detto, fatto, chiedendoti:

“Chissà cosa gli hanno raccontato, chissà cosa mi aspetta?!”.



Invece mi è capitato (spero anche a voi) che al dunque

quando mi ero preparato al peggio mettendomi sulle difensive,

quello che mi aspettavo come rimprovero

mi è stato meravigliosamente consegnato come un dono:

“Volevo stare solo con te, per darti questo regalo”.



Dio oggi ci dice: “Ti devo parlare!”. Come lo interpretiamo?



Per vedere cosa vuole, noi andiamo da lui, a Messa.

Il nostro “andare a Messa” racchiude tutta la nostra vita:

la Messa comincia a casa nostra, quando diciamo “vado”,

continua sulle strade che ogni giorno facciamo per altro,

e poi la Messa finisce a casa nostra,

quando torniamo a vivere la solita vita di sempre.

Arrivando da strade diverse, con aspettative e umori diversi,

ci troviamo “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito”:

è il contatto che ci unisce e lo start che fa ripartire alla fine.



Il segno della croce è un profondo gesto di fede.

Occorre restituirgli tutta questa sua profondità e importanza.

Facciamo in modo che questa croce ci copra in lungo e in largo,

ci rivesta completamente, vesta ogni angolo del nostro corpo.



Che tristezza quando è ridotto tra la punta del naso e il mento,

quando ci crea più imbarazzo di tante stupidate che diciamo,

quando sgorga spontaneo solo davanti alla paletta della polizia.



Fare il segno della croce è ritrovare le mie coordinate

(nord sud ovest est) e la mia dimensione (base per altezza),

è cercare ciò che dà unità alle dinamiche del mio vivere:

testa, pancia (problemi), cuore, spalle (pesi da portare).

È un gesto che raccoglie e avvolge (sopra, sotto, destra, sinistra).



Interessante che nel Vangelo il tentatore è chiamato “Satana”:

in ebraico letteralmente significa “divisore, disgregatore”

(in greco il verbo è “dia-ballo” da cui deriva “diavolo”).



Recuperare il nucleo è il senso del gesto che la tradizione

ci insegna a fare ogni volta che si entra in una Chiesa:

intingere la mano nell’acqua santa per farsi il segno della croce.

Non è la lavatrice per lo sporco dei peccati, ma è molto di più

e, positivamente, il ricordo del nostro Battesimo.



Entriamo nella casa di Dio come figli nella casa del padre,

non entriamo da sudditi allo sgabello del sovrano,

non entriamo da imputati nel tribunale di un arcigno giudice,

non entriamo da turisti in un museo.



Sarebbe unito a quel raggomitolarsi che è la genuflessione:

quando Dio crea l’uomo impasta la terra (torno da dove vengo)

con l’acqua che viene da sé (la saliva): allora quella goccia

d’acqua sulle mie mani mi risolleva e mi riplasma.



Il segno della croce è il gesto del rimodellare ciò che sono

a immagine e somiglianza di un Dio che è amore e vita nuova,

al di là delle mille deformazioni che ogni giorno prendo

o delle diverse ammaccature dovute agli scontri quotidiani.

Proprio perché sono fragile, come creta, posso essere nuovo.

Se fossi duro e perfetto come marmo posso solo spezzarmi.



Mi piace l’idea che uscendo di chiesa non serva più intingere

la mano nell’acqua benedetta: l’ho incontrato, mi ha rialzato,

mi ha parlato, ma molto di più l’ho dentro di me,

addirittura l’ho “mangiato”.



All’entrata, con il gesto dell’acqua,

si rinnova simbolicamente la scelta di essere “credenti”,

all’uscita il gesto simbolico è l’aprire la porta sulla strada:

la vita quotidiana ci chiede di essere “credibili”.



Colui che ho incontrato poi devo viverlo. Non posso dirgli

per mezzora “stai con me, vieni da me, sei importante per me”

e poi sulla porta dirgli “ci vediamo un’altra volta”.

Non c’è bisogno di salutarlo, perché lui sta uscendo con me,

mi accompagna, fa la strada con me.

È dentro me e per riuscirci si è persino fatto mangiare.



Significativo nella prima lettura: il segno di Dio è l’arcobaleno.

Uno strumento di guerra che annuncia la pace dopo il diluvio

e che ci fa alzare uno sguardo sorridente nel vedere colorato

quel cielo che spesso ci offre solo nuvole grigie.



Ogni segno di croce è un arcobaleno che coloriamo sul cielo

delle nostre relazioni e aspettative. Disegniamolo bene!



In questo senso la Quaresima è un tempo “favorevole”.

Non chiede un “di meno”, ma un “di più”.

Non chiede una “dieta” ma una nuova energia di vita.



Dio ci dice: “Ti devo parlare, per stare solo con te,

per darti questo regalo che è la passione per la vita,

che è il potere di disegnare arcobaleni”.=

sabato 18 febbraio 2012

...una settimana fa la sepoltura di suor Sarina

....dolore...tanto!
Pace, tanta!
...pensieri così che non posso tenere dentro! che sono una parte importante della mia vita!
Pensieri che non sono ne la ricerca di un colpevole, di qualcuno su cui far ricadere una colpa; nemmeno la ricerca di una discolpa!
Sono solo fatti che hanno composta questa storia, quella di suor Sarina che tutti certamente avremmo voluta con noi qui su questa terra, in cammino con noi, ancora per tanto tempo: voglio credere che Lui l'ha voluta a sè!
Ma  non demordo dal dire che Lui traccia per tutti il cammino, e non incrocia mai per caso le nostre strade affinchè tutti l'un per l'altro ci prodighiamo per il miglior bene che l'altro in quel momento che lo fa incontrare a noi - a me, a te, proprio a tutti, a ognuno - è perchè io tu ogni altro nella storia dell'ALTRO CI ENTRIAMO: LA NOSTRA PARTE DI BENE PER IL BISOGNO DELL'ALTRO LA DOBBIAMO FARE!
E così è stato anche per me l'incontro con suor Sarina: per me e a seguire per i medici che via via sono stati coinvolti in questo procedere del male che Le era stato donato.
Oggi posso solo dire che ringrazio Dio per avermela donata "compagna di viaggio" per quel tratto che ha deciso di fare, ma di più per avermi donato di vederla, di sentirla, di abbracciarla prima della sua rinascita al cielo: il 9 febbraio, giorno del mio compleanno. E sabato u.s., 11 febbraio, la Madonna di Lourdes, la sua sepoltura: la festa della Madonna degli ammalati, cui lei era molto legata!
Nulla mai per caso.

Qui a seguire la corrispondenza intercorsa con le monache tutte e poi con suor Dolores che molto l'ha affiancata.

Il testo ultimo ho scelto di non spedirlo...lo lascio qui!
sono lo sfogo, l'amarezza, per critiche ingiuste che proprio perchè sono ingiuste, starà a Lui di chiarire se vorrà siano chiarite!
Noi siamo in pace: siamo avvolti e invasi dal dolore per la sua dipartita, ma sereni: abbiamo lottato per andare contro questa sua ingiustificata scelta: ci siamo arresi.

Nel cuore la gioia degli ultimi momenti;
nel cuore la certezza di sentirla serena, in pace: finalmente nella Sua pace.

Ti voglio tanto bene.

Ciao cara Sr.Dolores,
il tuo messaggio, a cui ho già risposto, non mi ha lasciata indifferente.
In questi giorni ha rinnovato in me l'emozione di taluni momenti tristi dove proprio il sentimento forte della pace,  "la pace".  ha portato in tutti noi la serenità, il desiderio di preghiera che si facesse forza per sr.Sarina: pensieri, sentimenti, preghiere di noi che ci siamo trovati, tutti, esclusi nella sua decisione "di continuare a fare o a non fare le cure consigliate per lei" per la sua vita, alla luce del risveglio del male che pareva vinto, che era sopito.
Abbiamo accettato, abbiamo pregato, ci siamo mantenuti in contatto nei modi che Sarina ci donava e a noi bastava questo: è bastato questo.
La vigilia della decisione di farsi operare al rene, un medico l'ha incrociata - furtiva, quasi a nascondersi - da sola, in ospedale. ai Riuniti. Un medico che l'ha sempre seguita, che si preoccupava di farle fare tutti i controlli qui in ospedale a Bergamo per portare al San Raffaele gli esiti: per evitarle la strada a Milano.Bravi medici a Bergamo e bravi medici a Milano: nessuno ha mai cercato di guadagnare un paziente: le direzioni dell'ospedale maggiore e del San Raffaele avevano accettato che qui lei facesse la parte tecnica dei controlli, al San Raffaele davano corso alle cure: sempre in collaborazione. Medico che subito le ha chiesto perchè non avesse chiamato e lei gli ha detto era lì perchè voleva rifare la tac o la pet o la risonanza, perchè era dubbiosa sull'esito dello stesso esame fatto a Treviglio.
Questo medico, aggiornato da Sarina in quel momento sul corso della malattia, soprattutto su cosa a Treviglio volevano farle (questo medico che conosceva bene il medico - dr.SGROI le disse Sarina - perchè avevano lavorato insieme al maggiore) le ha raccomandato di NON farsi operare, comunque se proprio doveva, non lì a Treviglio e lasciata suor Sarina mi ha telefonato subito perchè si pregasse perchè non scegliesse di farsi operare.
Non fu così: il resto è storia che conosci bene tu. Noi l'esito di questi giorni, di otto
giorni oggi.
Noi che per lei abbiamo fatto tutto con amore, nel rispetto della persona, della donna, CHE LE HANNO RISERVATO TUTTI, per tutti che con amore curavano tutti perchè che fosse Sarina o altra persona, nulla cambiava per loro, per chi ha scelto di vivere la sua vita a fianco e per chi malato, soffre, per noi è stato molto duro sentirci riferire che suor arina al San Raffaele era stata curata male, avevano fatto della sperimentazione su di lei e che questo che ora viveva era la conseguenza di tutta questa mala sanità.
La rabbia è stata tanta, per tutti.
Certo, ci vuole coraggio a dire questo quando ci sono le cartelle cliniche che parlano, anche l'ultimo documento che il prof.Villa, con dolore, ha voluto andassi a prendere perchè Sarina lo consegnasse a Treviglio!
Treviglio: nemmeno fosse il centro di cura dei tumori.
E per lei c'era spazio per fare, serenamente.
Progetto di Dio?
Io credo che Lui ha un progetto su tutti, ma ognuno di noi non è indifferente al suo progetto: nel suo progetto noi ci siamo dentro - noi e ogni altro con noi - e la libertà delle nostre azioni non è mai ininfluente sul suo progetto, nel Suo progetto: il nostra fare o non fare secondo le Sue linee che ci traccia, determina l'avvicendarsi delle cose.
Determina il bene e il male.
Rabbia, tanta; amarezza tanta ma proprio limitata al momento in cui quei messaggi mi arrivavano:- rabbia che alla fine poteva solo lasciare spazio alla preghiera e così abbiamo fatto.
Voci che si sono ripetute, che ci sono arrivate sempre e solo da persone care, molto care, molto vicine a voi, anche a me e proprio a noi, considerando nel noi i tanti medici.
La storia è questa.
Tutti i tanti amici medici che l'hanno curata prima,chd ho avvisato della sua dipartita, sono venuti a renderle omaggio.
Tutti si sono chiesti, vedendola, "perchè così?": nessuno vuole indagare su come/cosa le è stato fatto, ma era lì da vedere.Tanti dubbi ,sotto il profilo medico di loro che hanno cura del paziente, del malato, a tutti loro sono venuti. Dubbi, pensieri - tanti - anche a me che non sono medico, ma che coi malati anch'io ci vivo, appena l'ho vista lì in ospedale a Treviglio la domenica.
Sì, ora la sua storia terrena qui si è compiuta e nel Suo nome tutti noi crediamo.
Anche noi vogliamo sentirla nella Sua Luce, nella Sua Pace: veramente felice.
Noi tutti crediamo che suor Sarina non mancherà di stendere con Lui la Sua mano provvidente, come sempre.
Il Suo ricordo è la cosa più bella che ci ha lasciato: il suo grande cuore che per tutti si faceva amore: amore attivo: parole, soprattutto fatti!
Il Signore ora l'ha voluta con sè: l'ha in pace con Lui, l'ha già ripagata per quel "Sì" convinto che lei Gli ha donato e di cui si sentiva fortemente portatrice dei Suoi Doni a ogni altro che Lui le metteva sul Suo cammino.
Ci sia sempre Luce.
Possiate godere dell'esempio, della testimonianza che innanzitutto ha lasciato a tutte Voi sue consorelle,
Lei attentissima a ognuna di voi: ai bisogni di ognuna di voi e dei vostri cari!
Non lasciava cadere niente nel caso, per lei erano sempre occasioni buone
...proprio per tutti.
...che cielo e terra siano sempre legati dalla reciproca preghiera, e potremo solo stare bene: vinceremo tutti i dubbi, proprio ogni paura.
Nella Sua pace un caro saluto a te, a tutte, con tanto bene,
Marcella

----- Original Message -----
From: marcella ruggeri
To: Dolores - Matris Domini
Sent: Monday, February 13, 2012 8:06 PM
Subject: Re: E' stato bello...

Sono i pensieri e i sentimenti che mi hanno accompagnata ogni attimo di ogni giorno pensando a lei, pregando per Lei:
che tutto nelle mani, nella volontà di Dio ha un senso: la Sua ragione e il Suo perchè che dove non ci è dato di capire, ci è donato di accettare, di fare nostro, proprio per la
consapevolezza che Lui è sempre e solo AMORE e per tutti. E da Lui in Lui e con Lui ogni cosa, ogni male, è solo propedeutico al miglior bene.
Il "Sì" di Sarina è stato "Sì a Lui e da subito!" abbandonata alla Sua volontà: parole che hanno accompagnato, hanno concluso, ogni visita dai medici.
E non sono mai state parole di circostanza.
Non si è mai lamentata.
La pace e la gioia del suo sorriso che mi basta chiudere gli occhi per vederlo e sentirlo vivo in me, sentire la sua voce, è la compagnia serena che anche a me ha lasciato.
E la sua vicinanza si farà ancor più grazia, di quanto già era con lei qui: ora, da lassù, di più e per tutti.
Un abbraccio anche mio, Marcella
----- Original Message -----
From: Dolores - Matris Domini
To: 'marcella ruggeri'
Sent: Monday, February 13, 2012 6:44 PM
Subject: R: E' stato bello...

Carissima,
io penso che aldilà di quello che noi volevamo per lei, alla fine sari hascelto così………e dietro questo io ci vedo il disegno del Padre che è completamente inutile indagare. La cosa saggia da fare ora è credere che lei è col Padre e da lì sta pregando per noi. Il resto un giorno ci sarà dato di capirlo.
Io sono nella pace, per sari ho fatto quello che ho potuto, giusto o sbagliato che sia, ma dietro c’ è un disegno che supera anche noi e questo  mi da tanta pace.
Grazie per quello che hai fatto per lei. Un abbraccio sr dolores op


Da: marcella ruggeri
Inviato: lunedì 13 febbraio 2012 17.02
A: Dolores - MatrisDomini
Oggetto: E' stato bello...

...incontrarti lì in chiesa a San Bartolomeo stamattina.
Un saluto un po' di fretta, ma era quanto bastava: pensieri del momento, pensieri così, parole del cuore!

Bei riferimenti abbiamo in comune, che suor Sarina ci ha accumunate: la nostra Santa Caterina!...lei per me il mio primo riferimento domenicano, con San Domenico, da quando piccina, pochi anni, la mia nonna Caterina mi parlava di loro, ...i patroni del Santo Rosario....che mi ha insegnato a recitare da subito!
E suor Sarina ha legato la tua data, il tuo ricordo di un tuo momento particolarmente importante, alla sua data...
a me la data della sua rinascita, a quella della mia nascita: il 9 febbraio.

No, mai ulla è per caso Dolly, e sono certa che è così anche per te.

Certo, non nego la mia rabbia, il dolore più che per la morte, per certe scelte, anzi, per taluni consigli di cui in tanti non ci siamo capacitati: io per amore, altri per amore ma ancor di più per la loro competenza medica: tanti medici non hanno capito, si sono molto rammaricati - sia a Milano, che qui a Bergamo - medici coi quali ha rotto i ponti. Tutti abbiamo accettato, ci siamo buttati nella preghiera pur nella consapevolezza che la preghioera non può fermare la mano dell'uomo, ma del resto noi non avevamo modo di fare nientew.

Tutti anche in questi giorni ci siamo detti: potevamo fare di più?
Sì, si poteva fare, ma oggi la riprova non c'è.
Oggi possiamo solo accettare: non abbiamo risposta.

In tanti ci siamo fermati davanti alla sua scelta.

Ora vogliamo sentirla in pace, libera dalle angustie, dai tanti pesi che alla fine credo che anche per lei erano diventati insostenibili. I pesi caricati sulle spalle per tutto e per tutti che però poi ti schiacciano proprio come sotto un rullo, che arrivano a stringerti in una morsa che ti toglie il fiato!
Sai Dolly, io credo nel Dio che arriva a sollevarti, nel Dio Padre che ci libera: nel Dio che ti salva!

E voglio solo pensarla così: nelle braccia di Dio Amore che così ha deciso.

L'ho detto anche a quanti con rabbia e con dolore hanno accettato questa morte. Lo RIDICO A ME STESSA DA GIOVEDì: CREDO che Dio amore così ha deciso e proprio in questo giorno! o non mi darei pace Dolly.

Non voglio pensare ad altro.
Anche se riconosco che la scelta di Treviglio non ha fondamento: non c'è logica buona, non c'è ragione!

Mi parlava di un medico buono che aveva cura di lei!
Quando domenica sono arrivata, già vederla in quello stanzone, nella gravità evidente, proprio per il rispetto di ogni malata lì presente, lei lì era fuori luogo. Quando mercoledì sera arrivando giù era ancora lì e che era alla stregua delle sue forze era evidente, in me un moto di rabbia:
dov'era il rispetto per lei? dov'era l'amore di quel medico?
Il minimo che poteva fare, dato che non la portavate a casa, era di trasferirla in una stanza da sola --- come al Maggiore, a Seriate - e se penso a come ogni malato è trattato al San Raffaele (come hanno trattato anche suor Sarina) non ci sono parole di elogio per i comportamenti che ogni medico, ogni infermiere, ogni ausiliario, hanno per tutti i ricoverati --- o se non c'era una stanza, almeno tirare una paratia mobile!
Niente!
Posso capire che in voi lì presenti, forse il desiderio di vederla superare la crisi, superava la presa di coscienza della realtà che si vedeva e perciò non nascesse in voi, o buttaste via come cattivo pensiero, la realtà che si faceva sempre più prossima del suo passaggio a nuova vita, e da qui il desiderio di trasferirla in un luogo più riservato, più tranquillo: cosa buona per lei e rispettosa delle altre malate.
Ma il medico doveva farlo!

Tutti i medici hanno sottolineato che a Treviglio ci vanno coloro per cui non è possibile fare più niente, ma lei allora NON ERA IN FINE VITA. ALLORA NON ABBISOGNAVA di SEMPLICE SOMMINISTRAZIONE - DI SEMPLICE ACQUA ! uno di questi medici incrociandola di nascosto ai Riuniuti, lì, da sola, tornata a farsi fare una risonnansza magnetica - appena fatta a Treviglio - forse perchè dubbiosa della risposta avuta prima di sottoporsi all'intervento al rene, dettosi dispiaciuto perchè non si era più fatta sentire - lui uno che le faceva tutto, le organizzava i controlli per poi andare al San Raffaele: tutti in comunione qui e giù per il suo bene! -  le aveva raccomandato DI NON FARSI OPERARE! E mi aveva subito telefonato:"Marcella prega, se non sai niente, fai finta di niente, ma prega: Non deve farsi operare! non ha senso, non ha senso lì dove non sono esperti in interventi e poi non conoscono la sua storia. Basta niente, basta una sola cellula lasciata al caso, e parte tutto e non la salvi più!". 
Noi tutti avremmo dovuto fermarle quelle mani che deciodevano per l'intervento, ma noi abbiamo potuto solo pregare!

Tanti i medici, quelli che l'hanno amata, me lo hanno sottolineato nel rincorrersi di tante telefonate in questi giorni.  perchè c'era modo di fare e fare bene per lei: così l'oncologo il prof.Villa, ma anche i medici di Bergamo.
Perchè questa scelta?
Quale il criterio perseguito? da chi? perchè?

Vogliamo pensarla felice e certamente dal cielo, oggi libera e felice, potrà fare molto e molto di più e proprio per tutti!

Di certo il nostro cuore è sereno: noi abbiamo fatto tutto il meglio che potevamo fare per lei e proprio tutti sino a quando lei ha voluto. Poi abbiamo potuto solo accettare la sua volontà, rimettendo tutto nelle mani del nostro Signore, Padre misericordioso!
Perciò viviamo il momento del dolore, ma con la certezza di non esserci risparmiati in niente: abbiamo fatto tutto quanto abbiamo potuto.
E si poteva fare ancora, ma lei ha scelto così.

Sia davvero pace e serenità per tutti, così come noi lo siamo.

Ancora due settimane fa le avevo scritto che "c'era chi era sempre pronto per lei per tutto, che si teneva informato!", mi ha detto che questo medico era bravo, la curava bene, era stanca, le gambe non la reggevano, ma era la cura!

Dolly! è un semplice sfogo di chi, con voi, come tanti, proprio tutti, le hanno voluto bene!
Quello che sempre mi dico: "Ognuno di noi, finch'è è qui su questa terra, deve volere il bene di ogni altro. E tutti, l'un per l'altro ci dobbiamo impegnare, confrontare, ricercare il meglio perchè l'altro abbia il meglio e possa stare bene, nella consapevolezza che la nostra vita qui è un passaggio, ma che il potere di farci arrivare di là è sempre e solo Suo! noi NON dobbiamo favorire il passaggio alla rinascita a vita nuova, questo è solo il Suo potere! NON DOBBIAMO CERCARE IL MIGLIOR BENE PER VIVERE BENE QUI SU QUESTA TERRA SINO A QUANDO - MAGARI PROPRIO NEL MOMENTO DI MIGLIOR SALUTE - lUI CHIAMERà!"..

... e SIA DAVVERO COSì! 

Scusa, ma è uno sfoga d'amore: uno sfogo del cuore che in questi ultimi mesi ha sofferto molto insieme a tanti altri! sofferto, e pregato: questo solo ci è stato donato di fare! e qui chiudo pensandola davvero nella piena felicità che solo Lui sa donare: sa ripagare!

Un abbraccio di forza...per continuare bene, meglio, il nostro cammino qui sino a quando Lui ci chiamerà!

Con tanto affetto sincero, Marcella


PS/.: la richiesta rimasta a metà era per un paio di immaginette, se ne disponi, per me, per fra M.
Possiamo davvero tutti dire che i nostri passi per lei sono stati sempre e solo scelte del cuore, scelte d'amore

Sia così per tutti.

----Messaggio originale----
Da: marcella.ruggeri
Data: 11-feb-2012 9.51 AM
A: omega
Ogg: R: Il nostro pensiero per tutte Voi, ricordando suor Sarina.
Un abbraccio Feli,
di vero cuore.

 
----Messaggio originale----
Da:omega
Data: 11-feb-2012 0.07
A: "marcella ruggeri
Ogg: R: Il nostro pensiero per tutte Voi, ricordando suor Sarina.

Cara Marcella grazie
Anche della tua presenza e della preghiera
Un abbraccio
Affidiamola oggi a Maria
Sr. m. felicita o p

Da: marcella ruggeri
Inviato: venerdì 10 febbraio 2012 16:49
A: posta@matrisdomini.org
Cc: Monastero Matrisdomini;
Oggetto: Il nostro pensiero per tutte Voi, ricordando suor Sarina.
Care Voi tutte,
cara sr. Valentina, sr. Giuseppina, sr.Antonia, sr. Annunciata, sr. Auxilia, sr.Angelita, sr.Antonella, sr. Dolores, sr.Felicita, ... care proprio tutte

ieri ho provveduto ad informare della morte di sr.Sarina le persone care che nel tempo ho contattato anche per Voi, per i Vostri bisogni di quel momento, ma anche solo per il piacere di una conoscenza: la Vostra.
Persone che avevano avuto modo di conoscervi e anche di fare la loro parte di bene per voi: taluni anche di conoscere personalmente sr.Sarina.

Mi ha telefonato l'arch.N.che vorrà esserci al funerale, come pure la dr.ssa D. Lo stesso la senatrice G.
Di pochi minuti fa la telefonata del Sindaco, che già mi aveva telefonato stamani e proprio mentre, con alcune conoscenti, ero lì con sr.Sarina, recitando il Rosario. Era molto addolorato. Domani ha altro funerale alla stessa ora: non riuscirà ad esserci, Vi invierà un suo telegramma di condoglianze.
L'Architetto N. mi ha detto che vorrà poi preparare un suo contributo scritto, una sua testimonianza per quanto suor Sarina ha fatto per il suo convento, per voi tutte, e per quanto ha dato a lui con amicizia vera, buona in tanti anni.

Tutte persone che in questi anni hanno seguito la vita di suor Sarina: il legame che li legava a me è diventato nel tempo il legame che univa tutti anche a lei e le telefonate di tutti per mantenersi informati sul suio stato di salute sono sempre state costanti e sino a questi giorni. Anzi, in quest'ultimo periodo anche molto ravvicinate, nonostante poco ci arrivasse. Di tutti il desiderio buono di bene senza nessun altro motivo che non fosse il desiderio di cose buone, di un'amicizia vera, sincera, che nulla mai ha potuto scalfire. E tutti noi ci siamo tenuti uniti, proprio incollati, grazie alla preghiera. E oggi siamo tutti qui a piangere la sua dipartita.
Avrebbe potuto esserci ancora?
Tutto accettiamo come Sua volontà, nella certezza che ognuno di noi, per ogni altro, può e deve solo desiderare il meglio: il miglior bene. E per questo tutti ci dobbiamo attivare, sempre.

Ora Lei è in cielo, ora Lei da lassù tutto vede: Lei che ha tanto amato tutti qui in terra, ora, in cielo, tutti proteggerà ancora di più: ora che anche Lei in Lui è AMORE ASSOLUTO: è nella VERITA'.

Per Lei la nostra preghiera di suffragio.

Preghiera anche per tutte Voi insieme alla condivisione sincera al momento del dolore.
Dolore che però non sovrasterà mai la gioia che è gioia del cuore: gioia che si fa rendimento di grazia a Lui che l'ha donata anche anche a noi: anche a me.

Lui ci ha donato di percorrere insieme un tratto della nostra vita, in quel dono scambievole che solo l'amore, l'amarsi, il volersi bene ha reso amore vero.

Un abbraccio sincero a Voi tutte e l'augurio vero per il Vostro cammino fraterno che all'interno delle vostre mura deve solo crescere in qualità e intensità.
Solo così facendo riuscirete a godere sempre delle gioie più belle che Lui dispensa a tutti: anche a Voi, ma che saranno tali solo se Voi le vorrete cogliere.

Il Signore Vi doni il desiderio di cogliere tutti i Suoi doni: raccogliete i Suoi frutti e ne farete meraviglie anche per noi che continueremo ad ESSERCI lì, insieme, con Voi, a Matris Domini.

Con tutto il mio bene.

Marcella

domenica 22 gennaio 2012

Don Giulio, domenica 22 gennaio 2012




Buona domenica

don Giulio



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VANGELO DI RIFERIMENTO



Dal Vangelo secondo Marco

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.





RIFLESSIONE





22 gennaio 2012



MOLLATE GLI ORMEGGI

3a domenica del Tempo Ordinario B





Gesù ci dice che per seguirlo bisogna imparare a pescare:

“Seguitemi, vi farò pescatori”.

E pescatori da mare, al largo. Non da canna da pesca.

Mi sono chiesto cosa avesse di particolare questo mestiere.

Pescatori, ha detto Gesù. Non cacciatori. Non ammaliatori.



“I pescatori sanno che il mare è pericoloso

e le tempeste sono terribili,

ma non hanno mai considerato quei pericoli

ragioni sufficienti per rimanere a terra” (Vincent Van Gogh).

Noi, uomini di terra, preferiamo tenere i piedi ben piantati,

preferiamo avere un orizzonte corto ma controllato.



Il pescatore, invece, uomo di acqua, con la sua barca

galleggia tra due immensità infinite: il cielo e il mare.

Due infinità non sempre tranquille e favorevoli.

Più lontano si spinge dalla sponda più cresce l’insicurezza.

Ogni partenza è un rischio e ogni ritorno una grazia.

Anche noi siamo ogni giorno sulla barca della vita

tra questi due abissi, non sempre tranquilli:

il mare della nostra storia, profondo per scelte e sentimenti,

vivo e insieme inquinato per ciò che dentro ci sguazza,

e il cielo ignoto, dove segni stradali sono solo stelle lontane

difficili da decifrare e che nuvole cupe a volte nascondono.



Essere “pescatori” è avere il coraggio di lasciare alle spalle

la riva sicura per lanciarsi verso un orizzonte infinito, galleggiando su un mare profondo incerto ma pieno di vita.

Non è essere incoscienti: ci vuole più determinazione e forza

a stare sul mare che a stare sulla terra!



Chi dorme sogna… ma non piglia pesci!

Il pescatore è un uomo aperto alle sorprese,

disposto al rischio e ad investire in tanta pazienza.

Non si tratta però di un’attesa inerte, vuota, noiosa,

Quando il risultato non corrisponde alla fatica

non si sgomenta. L’insuccesso provoca rinnovata speranza,

sfida per un aumento di coraggio e di determinazione.

Il pescatore non si scoraggia e non si arrende facilmente.

Riempie il vuoto delle reti con supplementi di speranza.

Domani la getterà di nuovo, più lontano, più in profondità.

Domani si alzerà più presto, attenderà più a lungo,

studierà meglio la situazione.

Domani sarà un nuovo giorno e ci sarà un nuovo stupore.

Quanto dobbiamo imparare da questo!



C’è poi un altro dettaglio molto interessante.

Il pescatore non vede come i pesci entrano nella rete,

non li prende di mira, non corre loro dietro,

non li costringe ad entrare, non crea trappole,

non prepara tranelli, non tende lacci di insidia,

soltanto getta la rete, la tiene aperta e attende.

È carico di dinamismo emotivo e di mille piccole attenzioni:

egli bada all’andamento giusto della barca,

percepisce il giro della corrente, studia la forza del vento,

esamina il colore delle nuvole, legge le mutazioni del tempo,

scruta una quantità di segni che ai più non dicono niente.

Quanto dobbiamo imparare anche da questo.



C’è però una situazione in cui dobbiamo stare molto attenti:

per bloccare nel porto una barca e impedirle di salpare

non serve una grossa catena o una pesante ancora,

basta anche solo una corda.

Per salpare bisogna avere il coraggio di slegare tutto.

È questo l’aspetto che più ci tocca sul vivo.

Ho la salute? Ho una bella famiglia? Ho una casa?

Ho un lavoro? Ho degli amici? Sto tutto sommato bene?

Tutto è bene se, e soltanto se, serve a darmi un orizzonte,

se mi rende capace di cercare vita e futuro in un oltre

anche se non ne vedo il fondo e se a volte è tempestoso.

Altrimenti tutto questo “ben di Dio” diventa una corda

che mi blocca, mi fossilizza, mi inaridisce, mi lega.

E se la serenità cominciasse col mollare gli ormeggi?

Essere “pescatore” è avere il coraggio di fare nella vita

una scelta assolutamente scomoda e impopolare,

apparentemente priva di qualsiasi convenienza e ragione.

La ragione la senti solo tu dentro, è quella del cuore,

forse la stessa che ha mosso quei pescatori a seguire Gesù.



È come la pazzia dell’amore che offusca a volte la ragione

altre volte ti ridà, oltre le nuvole e tempeste, un orizzonte,

striscia di luce che imperterrita ti accompagna discreta,

e ti fa capire che quello è il tuo traguardo.



Ci può accompagnare il testo di una canzone della Mannoia

(cantata con Bertoli). Ne estrapolo un pezzo:



“Getta le tue reti, buona festa ci sarà.

Canta le tue canzoni che burrasca calmerà,

pensa pensa al tuo bambino, al saluto che ti mandò

e tua moglie sveglia di buon mattino con Dio ti te parlò:



Dimmi, dimmi, mio Signore, dimmi che tornerà

l’uomo mio difendi dal mare, dai pericoli che troverà.

Troppo giovane son io ed il nero è un triste colore

la mia pelle bianca e profumata

ha bisogno di carezze ancora

ha bisogno di carezze ora.



Pesca, forza, tira pescatore,

pesca, non ti fermare,

poco pesce nella rete, lunghi giorni in mezzo al mare:

mare che non ti ha mai dato tanto

mare che fa bestemmiare

e si placa e tace senza resa

e ti aspetta per ricominciare,

e ti aspetta per ricominciare”.



Molliamo gli ormeggi, il mare della vita ci aspetta come pescatori al largo,

ci aspetta, pieno di vita, per ricominciare.

LA FAMIGLIA TRA LAVORO E FESTA, intervento di S.E. Monsignor Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara

LA FAMIGLIA TRA LAVORO E FESTA


(presentazione del tema del congresso teologico pastorale)

La famiglia: il lavoro e la festa: queste sono le tre parole del tema del

VII° Incontro mondiale delle Famiglie che si terrà a Milano dal 28 maggio al 3

giugno 2012. Esse formano un trinomio che parte dalla famiglia per aprirla al

mondo: il lavoro e la festa sono modi con cui la famiglia abita lo “spazio” sociale

e vive il “tempo” umano. Lo svolgimento del tema deve mettere a fuoco tre

modi di rinnovare la vita quotidiana: vivere le relazioni (la famiglia), abitare il

mondo (il lavoro), umanizzare il tempo (la festa). Al tema sono dedicate anche le

Catechesi che il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha pubblicato in

collaborazione con l’Arcidiocesi di Milano1.

Le catechesi cercano di dipanare il filo rosso del tema nella tensione tra

famiglia e società. La famiglia tende a restringere il proprio mondo nella sfera

privata e la società si pensa e si progetta come un insieme di individui. La vita

civile fatica a tener conto dei legami sociali che la precedono e sospinge la

famiglia nel suo regime di “appartamento”, mentre l’esperienza familiare

sperimenta la sua fragilità ed è particolarmente vulnerabile di fronte ai processi

sociali, in particolare quelli che incidono sulla sua vita quotidiana, come il lavoro

e il tempo libero. Pertanto le catechesi partono dalla vita quotidiana per aprirla

al mondo, insistendo sulla famiglia come luogo di legami assunti liberamente.

Le relazioni familiari si devono, da un lato, collocare realisticamente

nelle forme attuali con cui lavoro e tempo libero influiscono sulla vita di coppia e

l’educazione dei figli; ma, dall’altro, potranno diventare occasione per

trasformare il mondo mediante il lavoro e per umanizzare il tempo mediante il

senso cristiano della festa, in particolare della Domenica. L’esperienza delle

diverse nazioni e continenti mostrerà un panorama assai diversificato con cui

famiglia, lavoro e festa s’intrecciano e questo rappresenta un patrimonio

prezioso per il momento di incontro, confronto e celebrazione che avverrà a

Milano.

Il tema proposto per il VII° Incontro Mondiale chiede di essere collocato in

una riflessione più ampia. È questo il senso del presente contributo, che si

propone a) di trattare la tematica dall’angolatura della famiglia; b) di mettere in

rapporto il vissuto della famiglia con la sua maniera tipica di vivere le relazioni

1 PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA – ARCIDIOCESI DI MILANO, La famiglia: il lavoro e la

festa. Catechesi preparatorie per il VII Incontro mondiale delle Famiglie, Libreria Editrice

Vaticana, Citta del Vaticano 2011, pp. 103.

2

(la famiglia), di abitare il mondo (lavoro) e di umanizzare il tempo (festa). Le

riflessioni che seguono vogliono fornire solo un canovaccio tematico, una specie

di schema utile per leggere poi il tema nelle singole culture e tradizioni.

Per questo l’Incontro mondiale è una grande opportunità, se si colloca

dentro un prima e un poi temporale, dandogli continuità nella vita quotidiana.

Un incontro con l’orizzonte della mondialità è una sfida a superare i

particolarismi e ad arricchirsi con il caleidoscopio delle diversità. Il convenire a

Milano dovrà favorire la circolazione tra gli stili della vita di famiglia, per

mettere in comunicazione e in comunione esperienze diverse tra mondo

occidentale e altri mondi dove gli stili di vita quotidiana possono avere tonalità

molto variegate. Il dono di un incontro di questa natura è capace di

rappresentare l’immagine della Chiesa cattolica, come comunione universale

delle identità singolari.

Il tema di questo VII appuntamento si presta in modo peculiare a favorire

l’osmosi delle esperienze, l’incontro tra le persone, il confronto tra le diverse

visioni e lo scambio di nuove prospettive. Si tratta di un tema di carattere

antropologico, nel quale è necessario mostrare la sua dimensione teologale

dall’interno della vita di famiglia. Possiamo parlarne, descrivendo il lavoro e la

festa come due momenti decisivi dell’esperienza familiare, sullo sfondo del

rapporto tra famiglia e società. Essi sono i luoghi con cui la famiglia si apre alla

società e la società s’innesta nella vita della famiglia. Lavoro e festa sono due

aspetti antropologici che qualificano la vita quotidiana, ne formano come la

trama su cui ogni famiglia deve imparare a tessere in modo nuovo l’esperienza

cristiana.

1. La famiglia: vivere le relazioni

Il primo modo per rinnovare la vita quotidiana è quello di vivere la

famiglia come uno spazio di relazioni: all’interno e all’esterno. Soprattutto la

famiglia occidentale, definita famiglia “nucleare”, corre il rischio di privatizzarsi,

e di percepire la società come altra, rispetto alle sue dinamiche interne.

È facile intuire che il lavoro e la festa sono due momenti per infrangere il muro

che separa la famiglia dalla società, ma soprattutto per superare l’idea del

vivere sociale come un insieme di individui. Una visione che fatica a percepire la

famiglia e le sue diverse forme come soggetto della vita civile. Potremmo

illustrare questo primo aspetto con un’immagine: per vivere la famiglia come

spazio di relazioni occorre “aprire la casa”.

La casa assume diverse sfaccettature nell’esperienza di ciascuno: è la

casa natale, nella quale siamo stati generati e continuiamo a venire alla vita; è

la casa paesaggio, spazio delle relazioni affettive e delle prime responsabilità; è

la casa finestra, che ci apre al mondo circostante e al rapporto sociale.

3

Soprattutto, oggi, nelle culture globalizzate, è la casa appartamento, nella quale

cioè si vive “appartati”, è lo spazio con cui la coppia veste a perfezione la forma

dell’amore romantico. Un amore che si esprime in un rapporto di coppia isolato,

privatistico, che sente tutte le altre relazioni ecclesiali, culturali, sociali, come

rapporti che vengono dopo e forse sempre troppo tardi. Aprire la casa

appartamento è l’urgenza del momento. Occorre mettere le case e le famiglie in

rete, sottrarle al loro regime di appartamento, farle diventare spazi di

accoglienza, luoghi dove si custodisce un’intimità profonda nella coppia e tra

genitori e figli, come la sorgente zampillante per irradiare intorno a sé calore e

vita.

Il tema del VII Incontro mondiale ci dice che l’apertura della casa trova

una sfida singolare nell’intreccio di lavoro e festa. Qui sorge la domanda: come si

fa ad aprire la casa? Troviamo una risposta persuasiva nel Vangelo di Giovanni:

Gesù, la parola eterna del Padre, ha messo la casa in mezzo alla sua gente.

«Venne nella sua casa ma i suoi non lo accolsero, però a quelli che lo hanno

accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,11-12). La casa

dev’essere spazio accogliente, perché una casa che accoglie è capace di

generare i figli di Dio, di trasmettere non solo la vita fisica, ma anche la vita

come dono promettente. La casa diventa “accogliente” se sa preservare la

propria intimità, la storia di ciascuno, le tradizioni familiari quale spazio di una

vita che è grata del dono che ha ricevuto, è contenta dei beni che le sono stati

trasmessi. La casa diventa “generante”, cioè fonte di vita, quando i doni

trasmessi sono fatti circolare, quando i beni ricevuti sono scambiati, valorizzati,

donati. Casa “accogliente” e casa “generante”, queste sono le due qualità della

casa che abita lo spazio della vita quotidiana in modo creativo: luogo

dell’intimità e luogo della generazione. Custodire e trasmettere la vita, nella

coppia e attraverso i figli, questo è il dono della casa!

Bisogna tornare a rendere la casa vivibile, a trasformarla in habitat

umano, in uno “spazio di esistenza”, come ha felicemente detto Benedetto XVI a

proposito dell’esistenza cristiana. Il suo ritmo deve essere come il battito del

cuore, luogo di riposo e di slancio, luogo di arrivo e di partenza, luogo di pace e

di sogno, luogo di tenerezza e di responsabilità. Per creare una famiglia così, la

coppia deve cominciare a costruire la casa prima dell’arrivo dei figli. La festa è il

tempo della casa e non della città mercato; è l’atmosfera dell’incontro tra uomo

e donna e non della fuga verso l’altrove; è il clima della parola scambiata, del

pranzo preparato assieme, dello sguardo sulla settimana, del riposo che

comunica, del racconto che edifica. E anche la casa della settimana lavorativa

dovrà ricevere luci dalla festa, dovrà essere meno albergo è più incontro, meno

televisione e più parola, meno fretta e più pacificazione, meno cose e più

presenza. Abbiamo una casa piena di cose e povera di presenze, fitta di impegni

e debole di ascolto, travolta da telefonate e incapace di risposte.

4

Questa è la prima dimensione forte del tema del VII Incontro mondiale:

domanda di vedere come abitiamo la casa. Bisogna guardare come la

casa/famiglia è la nostra abitazione, che storia ci racconta (quando l’abbiamo

ricevuta e costruita), che memoria ci porta, quali momenti belli e tristi evoca,

che fallimenti ci ricorda, che riprese rende possibili. Occorre valutare lo stile del

nostro abitare la casa, le scelte che vi abbiamo fatto, i sogni che abbiamo

coltivato, le sofferenze che viviamo, le lotte che sosteniamo, le speranze che

viviamo. Solo così la casa dà il potere di diventare figli e figli di Dio: generare

figli è trasmettere e ricevere la vita, diventare figli di Dio comporta che la vita

ricevuta e trasmessa sia il luogo della vocazione e della scelta di vita. La vita di

Gesù a Nazareth può essere ripercorsa con questo sguardo: la tradizione

familiare e spirituale di Israele presente nella casa di Nazareth è lo “spazio di

esistenza”, dove la Parola fatta carne rende la storia di Gesù capace di dire, con

le immagini e i gesti ricevuti, la ricchezza inesauribile del tempo compiuto e del

Regno che viene.

2. Il lavoro: abitare il mondo

All’interno della famiglia come trama di relazioni che apre la casa

all’esterno, il lavoro rappresenta un modo essenziale per “abitare il mondo”. Il

lavoro segna profondamente oggi lo stile della vita di famiglia: anche il lavoro va

abitato, non può essere solo il mezzo del sostentamento economico, ma deve

diventare il luogo dell’identità personale/familiare e della relazione sociale. Il

modo con cui la coppia vive il lavoro è uno dei luoghi più forti con cui oggi si dà

volto allo stile di famiglia e con cui la società plasma (o deforma) lo stile di

famiglia. Dal punto di vista della famiglia, soprattutto nelle società globalizzate,

osserviamo oggi fenomeni diversi.

Il primo fenomeno: la famiglia moderna ha bisogno del lavoro di entrambi

i coniugi per poter vivere. Questo ha un’incidenza decisiva sul modo di vivere la

famiglia da parte di marito e moglie, perché soprattutto la donna deve fare la

spola affannosa tra casa e lavoro, tra lavoro produttivo e lavoro casalingo, spesso

con una settimana faticosa, che incide sulla figura stessa del suo essere donna,

prima che moglie e madre. Ciò comporta che il lavoro dell’uomo non sia più

inteso come l’unico sostentamento della famiglia, e questo dato sociale si

riflette pesantemente sulle relazioni familiari. Esso sottrae all’uomo la sua figura

tradizionale di essere il sostegno (economico) della casa e lo distribuisce in parti

(uguali) tra marito e moglie. Il marito fatica a riconoscere questo mutamento di

grammatica sociale, tende a sottovalutare il lavoro (non solo casalingo) della

moglie. Occorre rendersi conto che il lavoro influisce sullo stile di famiglia, ma

non bisogna importare in casa, sia nella stima di sé, sia nel rapporto uomo

5

donna, una visione economicistica del lavoro, per la quale una persona vale per

quanto guadagna.

Il secondo fenomeno: il lavoro con le sue possibilità, le scelte dei livelli

professionali per la donna e per l’uomo fanno fatica a entrare nel progetto e nel

vissuto di una famiglia. È difficile che il lavoro entri normalmente nel dialogo tra

i due, o anche nel racconto con i figli. Eppure esso incide in modo considerevole

sulla vita di casa. Soprattutto emerge nei periodi di crisi, sotto la forma di

risentimento che l’uno avanza nei confronti dell’altro, quando uno dei due,

soprattutto la donna, ha dovuto rinunciare ad avanzamenti di carriera per poter

sostenere la vita familiare. Questo rilievo umano nella considerazione del lavoro

dei coniugi passa in secondo piano soprattutto nei tempi di crisi economica,

quando il problema più importante è arrivare a fine mese, ma non può non

emergere lungo il percorso della vita a due, nella stima del contributo di

ciascuno all’edificazione del futuro comune. Soprattutto affiora quando i genitori

proiettano sui figli le loro attese per la scelta degli studi e del futuro

professionale. Anche questo tema si fa strada con fatica nel vissuto e nella

conversazione familiare, non s’inserisce facilmente nel cammino educativo, non

ritorna con naturalezza nel dialogo familiare. Eppure incide profondamente sulla

vita comune della coppia, sulla sua capacità educante, sul futuro dell’identità

dei figli.

Il terzo fenomeno riguarda soprattutto, ma non solo, i paesi poveri, anche

se oggi è presente nelle zone depresse dell’Occidente: emerge sempre più la

difficoltà a un lavoro stabile e rimunerato. La grave crisi che ha travolto le

società occidentali e la povertà endemica dei paesi del terzo mondo pongono

oggi una grande domanda di solidarietà e responsabilità, mettono in discussione

una visione economicistica del lavoro, come ci ha detto Benedetto XVI nella

Caritas in veritate. E richiedono una profonda trasformazione che deve incidere

sulle istituzioni internazionali, sugli stati nazionali e sulla dinamica del mercato,

sulle relazioni industriali e sindacali, sulle forme della cooperazione

internazionale e del lavoro associato. Qui si apre un ampio spazio di riflessione

sul tema del lavoro e sulla sua incidenza nella vita di famiglia, che dovrà essere

svolto analiticamente. Esso potrà diventare persuasivo solo riferendosi, almeno

qui da noi, alla condizione attuale della società post-industriale che pone

problemi del tutto nuovi all’organizzazione dei tempi di lavoro e della vita

familiare.

La riflessione sociale sul lavoro mette in luce profonde trasformazioni,

senza comprendere le quali anche il vissuto quotidiano delle famiglie corre il

rischio di non riferirsi realmente all’epoca presente. Qui è possibile fare un

cenno soprattutto a un duplice cambiamento: la flessibilità del lavoro è

connotata da una diversa organizzazione dei tempi di formazione e dei tempi di

lavoro; vi sono modalità diverse di rapporto del tempo di lavoro con il tempo di

riposo e/o della festa, con la tendenza a separare questi ultimi due. In ambedue

6

i casi il rapporto del lavoro con il tempo è decisivo, e il cambiamento dei modi di

relazione con il tempo incide non solo sul senso della festa, ma anche sull’esperienza

del lavoro. Tra lavoro e festa, tra tempo feriale e tempo festivo

s’instaura un rapporto complesso, che non può rimandare solo alla festa per

un’esperienza umanizzante del tempo, né può confinare soltanto nel tempo di

lavoro i modi di abitare e trasformare il mondo. I confini sono più sfuggenti e gli

intrecci aprono possibilità più interessanti. Nuove possibilità non diventano

subito realtà, se non con l’intelligente comprensione dei nuovi mutamenti, ma

anche con la decisa azione a scioglierne le ambiguità.

Il primo cambiamento riguarda il rapporto tra tempo di formazione e

tempo di lavoro. La società che si è affermata con la prima e la seconda

rivoluzione industriale e che è giunta fino agli anni ’70 del secolo scorso era

caratterizzata dalla separazione dei tempi di formazione dai tempi di lavoro: un

numero relativamente limitato di tecnici e specialisti guidava una grande massa

di lavoratori a cui erano affidati compiti prevalentemente esecutivi. Oggi con

una forte innovazione tecnologica in continuo progresso s’impone il tema della

formazione permanente, che richiede di pensare in maniera creativa l’alternanza

dei tempi di formazione e di lavoro. L’organizzazione dei tempi di lavoro e di

formazione diventa quindi molto più flessibile e apre anche nuove opportunità:

se non è più possibile pensare alla difesa ad oltranza del posto fisso di lavoro

perché nel nuovo contesto diventa talvolta controproducente, certo bisognerà

vigilare perché una società delle attività lavorative non riguarda solo il lavoro

salariato, ma tutta quell’attività che presiede alla crescita umana, dell’uomo in

tutte le sue dimensioni, liberando energie per attività volontarie, collocate

anche al di fuori della valorizzazione mercantile. La flessibilità richiesta da

questa nuova organizzazione dei tempi di lavoro e di formazione si distribuirà in

modo diverso in futuro generando nuovi stili di vita che influiranno in modo

prevedibile sulla famiglia e sulle relazioni tra i suoi membri. Generando forse

nuove fatiche e una gestione molto diversa del tempo, ma anche nuove

opportunità di presenza e di azione dei componenti familiari. In alcune nazioni,

le imprese di grandi dimensioni attuano già forme di lavoro family-friendly, che

consentono di conciliare esigenze di lavoro e impegni familiari, per la cura dei

figli, degli anziani o per altre ragioni familiari. Questo nuova organizzazione del

tempo di lavoro potrà influire beneficamente sulla soluzione del problema della

donna nella conciliazione di lavoro e famiglia.

Il secondo cambiamento riguarda il rapporto tra tempo di lavoro e tempo

di riposo e/o libero, e del nesso di quest’ultimo con il tempo della festa, con la

tendenza a disgiungere il riposo settimanale dalla festa. Tale tendenza ha un

influsso negativo sulla vita di famiglia, perché la separazione di tempo di

riposo/libero e tempo della festa è concepita più in rapporto all’individuo e alle

sue esigenze lavorative, che per favorire il senso antropologico, sociale e

teologico della festa. Nella gestione del lavoro, la possibilità di organizzare la

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scelta tra tempi di lavoro, tempi di formazione e tempo libero trascende spesso

la misura settimanale e/o annuale e ci si orienta a prendere come riferimento

l’intero arco di vita degli individui. Ma qui occorrerà operare un ripensamento

profondo del rapporto tra lavoro e persona, che non sia impostato solo

sull’avere, ma anche sull’essere e sul suo divenire persona in termini di

relazionalità. In questo senso la costruzione dei legami, che si realizzano nelle

relazioni gratuite di ogni giorno e nella libertà della festa, richiede di imprimere

agli spazi di maggior tempo libero, favoriti dalle nuove forme di lavoro, l’urgenza

di far ritrovare nuovi stili di vita per la famiglia evitando l’ipertrofia lavoristica.

C’è una stupenda preghiera della liturgia che ci può aiutare ad abitare il

lavoro inserendolo nello stile di famiglia e a tener vivo il dialogo con la

componente lavorativa ed economica nella vita della casa. Essa invoca così:

«Accogli i nostri doni, Signore, in questo misterioso incontro fra la nostra povertà

e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio

te stesso» (Preghiera sulle offerte della XX Domenica per annum). Il testo della

liturgia afferma che la vita è il luogo del meraviglioso incontro tra la nostra

povertà e la grandezza di Dio. La realizzazione di questo prodigioso scambio si

realizza in un incontro tra il lavoro e la festa, tra dimensione “fabbrile”

dell’uomo e della donna e la dimensione “gratuita” della loro vita.

Questo è il modo di abitare il lavoro nella famiglia che ha uno stile: il

tempo produttivo dell’uomo, che si distende per sei giorni e ha la figura di un

tempo interminabile, è il luogo in cui l’uomo trasforma le cose ricevute come

dono in offerta a Dio gradita. Ciò significa che il lavoro dell’uomo e della donna

sono molto di più del loro valore mercantile, sono parte del dono di Dio che

rende possibile l’operosità distesa nel tempo. Lì occorre realizzare una libertà di

scelta e una fecondità per la vita della persona che vada oltre lo scambio di beni

e servizi. Proprio l’uomo e la donna hanno la coscienza che la capacità

produttiva ed economica dell’uomo sono dono di Dio, non solo perché sono

legate alla salute e alla serenità familiare, ma soprattutto perché devono far

crescere nella dimensione dell’essere, della comunione tra le persone e della

presenza nella società. Anzi solo come dono di Dio il lavoro dell’uomo può essere

vissuto nella sua giusta luce e misura, sperimentato come promessa di altro, del

tempo dell’incontro e della festa, del tempo donato alla vita di coppia, alla

famiglia, alla presenza dei figli, alla comunità. Senza dono di Dio non si dà opera

dell’uomo: l’opera dell’uomo diventa umana, portatrice di stile quando si fa

“offerta”, cioè capace di gratitudine e di gratuità. Questo sarà all’origine anche

di uno stile della vita di coppia che vede il lavoro come custodia e laboriosità.

Un’operosità che deve custodire l’intimità della famiglia, valorizzare il lavoro

della donna e apprezzare la fatica dell’uomo. Una custodia che anticipa la

promessa di quel dono più grande che ci è dato nella festa.

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3. La festa: umanizzare il tempo

Il terzo modo con cui abitare il mondo della vita quotidiana è lo stile con

cui viviamo la festa. È questo uno degli indicatori più forti dello stile di famiglia.

L’aspetto oggi divenuto difficile nella condizione postmoderna è riuscire a vivere

la domenica come tempo della festa. Probabilmente il racconto di altre culture e

di altri continenti ci aiuterà a non perdere il senso originario della festa. L’uomo

moderno ha inventato il tempo libero, ma sembra aver dimenticato la festa. La

domenica è vissuta socialmente come “tempo libero”, nel quadro della “fine

settimana” (weekend) che tende a dilatarsi sempre più e ad assumere tratti di

dispersione e di evasione. Il tempo del riposo è vissuto come un intervallo tra

due fatiche, l’interruzione dell’attività lavorativa, un diversivo alla professione.

Privilegia il divertimento, la fuga dalle città. Spesso il sabato e la domenica si

trasformano in tempi di dispersione e di frammentazione. La sospensione dal

lavoro è vissuta come pausa, in cui cambiare ritmo rispetto al tempo produttivo,

ma senza che diventi un momento di ricupero del senso della festa, della libertà

che sa stare-con, concedere tempo agli altri, aprirsi all’ascolto e al dono, alla

prossimità e alla comunione. La festa come un tempo dell’uomo e per l’uomo

sembra eclissarsi.

La domenica di conseguenza stenta ad assumere una dimensione

familiare: è vissuta più come un tempo “individuale” che come uno spazio

“personale” e “sociale”. Il tempo libero seleziona spazi, tempo e persone per

costruire una pausa separata e alternativa alla fatica quotidiana, mentre la festa

genera prossimità all’altro. Il tempo libero fa riposare (o fa evadere) l’animale

uomo per rimetterlo a produrre, mentre il tempo della festa dà senso al tempo

feriale. L’estensione del tempo libero non significa quindi subito un ritorno e un

ricupero della festa. E, tuttavia, abbiamo visto come la nuova organizzazione del

lavoro, con la diversa dislocazione tra tempo di produzione, tempo di formazione

e tempo di riposo, aprirà nuovi spazi per la responsabilità dei membri della

famiglia, per ritrovare i momenti per celebrare la festa nella comunità e favorire

l’incontro nella società. La dilatazione del tempo di riposo e del tempo libero

non è subito il ricupero del tempo della festa: se prima questo era affidato al

calendario, oggi si apre uno spazio di scelta più grande per vivere la festa, in

particolare la domenica, come un momento prezioso per dare senso al tempo

libero. Non è il tempo di riposo che fa la festa, ma è la festa che riempie il

tempo libero. Le relazioni con gli altri e con Dio, la festa in casa e nella

comunità, la celebrazione eucaristica della domenica, lo spazio della carità e

della condivisione sono le note che fanno del tempo libero non un momento

vuoto, ma celebrano la gioia della festa.

Infatti, la vita come un dono è ciò che viene celebrato nel giorno della

festa. Il debito originario nei confronti degli altri e dell’Altro è lo spazio per

abitare la festa, per dare senso anche al lavoro delle mani dell’uomo. Il tempo

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feriale non sta senza il giorno della festa, da essa riceve il suo significato.

L’opera dell’uomo non vive senza il dono che la rende possibile. E, inversamente,

la festa dispiega la sua luce e la sua forza nei giorni feriali, allo stesso modo che

il dono di Dio, il dono della generazione, il dono della vita dischiude lo spazio

alla libertà per essere accolta e spesa. Per questo il rapporto tra la festa e il

lavoro è di uno a sei: l’uomo impiega sei giorni per rendere il dono di Dio opera

propria, ma l’agire dell’uomo si concentra nel giorno primo e ultimo per

accogliere il dono di Dio e dell’altro.

Il testo sopra ricordato conclude in modo sorprendente così: e Tu donaci

in cambio Te stesso. La preghiera della liturgia chiede in cambio non solo la

salute, la serenità, la gioia, ma nientemeno che l’incontro con Dio stesso. Il

senso della fatica feriale è di trasformare il nostro lavoro in offerta grata, in

riconoscimento del debito verso il dono che ci è stato fatto, la vita, il coniuge, i

figli, la salute, il lavoro, le nostre realizzazioni, le nostre cadute e riprese. Di più

il senso della fatica feriale è quello di dire che l’uomo non è solo l’essere del

bisogno, ma l’essere della relazione. Per questo, l’uomo e la donna, ma

soprattutto la famiglia, hanno bisogno di iscrivere nel loro stile il senso della

festa, non solo pensandosi come una società di bisogno, ma come la comunità

dell’incontro con l’altro.

Nello scambio con l’altro, diventa possibile l’incontro con Dio che è il

cuore della festa. Tu donaci in cambio Te stesso, termina in modo ardito la

preghiera! L’uomo osa chiede in cambio di varcare la soglia per vedere il volto di

Dio, per entrare nella luce della sua comunione. Ciò fa ritrovare a ciascuno il

proprio volto, non solo il volto di chi dà una mano, ma il volto della persona, il

volto della promessa, il volto della pace e della gioia. Per questo la mensa della

domenica è diversa da quella di ogni giorno: quella di ogni giorno serve per

sopravvivere, quella della domenica per vivere la gioia e l’incontro. Solo in

questo modo si trova tempo per Dio, spazio per l’ascolto e la comunione,

disponibilità per l’incontro e la carità.

Nella liturgia domenicale e nel suo culmine che è l’Eucaristia del giorno

del Signore, Dio ci approva e ci accoglie. Siamo amati da lui nonostante le nostre

differenze e le barriere che noi costruiamo. La liturgia ci “rapisce” – dice il

filosofo Pieper – dal processo lavorativo e dai suoi legami, e ci introduce nel

regno della libertà e dell’amore. Quei legami asservono l’uomo al giogo della

necessità, quelli istituti dalla comunità eucaristica sono legami che ci fanno

uguali, anzi ci rendono fratelli. Essi ci tolgono del regime dell’uti (dell’utile) e ci

immettono nella circolazione benefica del frui (del compiacimento): l’altro

diventa luogo d’incontro e di gioia. Il tempo e il rito della domenica è –

soprattutto per la famiglia – il momento per uno sguardo nuovo sulle relazioni

familiari, anzi per alimentarsi al dono del Pane di vita, sorgente di energia per

accogliersi, perdonarsi, amarsi di nuovo, aprire il cuore alla carità e alla

missione. La celebrazione dell’Eucaristia può essere tutto questo soltanto se si

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dispone ad “accogliere in cambio” nientemeno che Dio stesso. Il Dio che non può

essere oggetto di scambio, nella condiscendenza del suo Figlio, morto e risorto,

sì dà in cambio, sta in mezzo a noi come uno che serve, perché ciascuno ritrovi il

proprio posto. La domenica il Signore “ridistribuisce” i posti alla sua mensa

scompaginando le nostre distanze umane; nel Giorno del Signore la famiglia

ridisegna i suoi rapporti e li rigenera nutrendoli al corpo dato e al sangue

versato. Così anche alla mensa di casa la famiglia potrà mangiare il pane

dell’amicizia e bere il vino della gioia.

La domenica (dies dominicus) diventa, allora, figura della speranza

cristiana, giorno del Signore Risorto. Il tempo della festa è il tempo della

gratuità, che dà senso al ritmo feriale. La domenica non è un giorno accanto agli

altri, ma il senso dei giorni dell’uomo, è il “signore” dei giorni, l’attesa del

tempo escatologico. E da qui si irradiano anche tutte le altre feste che costellano

l’anno liturgico e civile e che declinano il tempo come un tempo dell’uomo, con

le sue stagioni, non solo della natura, ma anche della vita.

+ Franco Giulio Brambilla

co-presidente del Comitato scientifico preparatorio

del Congresso Teologico-pastorale