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sabato 30 giugno 2012

Don Giulio: domenica 1 luglio 2012




Buona domenica

don Giulio



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VANGELO DI RIFERIMENTO



Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva,

gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne

uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide,

gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia

figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e

viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva

intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e

aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi

averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare

di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva

infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò

salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo

corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui,

si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi

discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e

dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei

che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò

che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la

verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in

pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga

vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il

Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della

sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno

di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di

Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide

trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro:

«Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo

deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la

madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la

bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che

significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si

alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da

grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a

saperlo e disse di darle da mangiare.





RIFLESSIONE



1 luglio 2012



IL DI PIÙ

13ma domenica del tempo ordinario





Due personaggi abitano il Vangelo di oggi.

Un augurio di Oriana Fallaci ne può tratteggiare il ritratto:

"La vita ha 4 dimensioni: amare, soffrire, lottare, vincere.

Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince.

Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre".



La prima protagonista è una donna con una grave emorragia.

Dietro e dentro questa donna c’è ogni storia di dissanguamento,

ci sono tutte quelle ferite aperte che “svuotano” la vita,

che indeboliscono le forze, che “ti succhiano il sangue”.

Serve una trasfusione di vita.



Il secondo quadro è una scena di buio, è la fine della speranza:

“lascia perdere, tua figlia è morta”.

Dietro e dentro questo uomo c’è ogni storia di fallimento,

di disperazione, c’è ogni “mi arrendo, non ce la faccio più”.

Serve una trasfusione di fiducia.



Due persone che soffrono e lottano per un incontro toccante,

per un tocco vitale di energia, per una carezza vincente di vita.



Ogni domenica noi abbiamo il loro stesso incontro con Gesù:

ma come viviamo e come cerchiamo questo tocco?

Crediamo davvero che cambi qualcosa nella nostra vita?



È ora di chiederci, per una volta, ma cosa vado a Messa a fare?



A Messa ci sono quelli che ci vanno perché "si deve".

Non cantano né rispondono, ma captano tutti gli ultimi gossip.

Non si accorgono di cosa si fa, ma scannerizzano tutti i presenti.

Prendono sempre la benedizione sulla schiena

perché al “Vi benedica” sono già girati in fuga verso la porta.

Per questi celebrare la Messa in latino o in cinese è la stessa cosa,

basta che non sia lunga.



A Messa ci sono poi quelli tutti casa e chiesa, ma ciò che li frega

è la strada, cioè ciò che fanno o dicono dalla casa alla chiesa.

Sono quelli che si abbuffano di comunioni, candele, santini

come se fossero caramelline, ma non vivono una riga di Vangelo.

Alcuni stanno a Messa per soddisfare un loro bisogno

di socializzazione, di riconoscimento, di valorizzazione.

Altri in realtà sono solo superstiziosi, travestiti da cattolici:

convinti che Dio conviene tenerselo buono perché non si sa mai.



A Messa ci vanno infine quelli che cercano un oltre, con la fatica

di credere e sperare (che è la stessa fatica di vivere e di amare).

Si cerca un tocco, una scossa, uno spintone di vita e per la vita,

comunque e nonostante tutto. La trasfusione di vita e di fiducia.



Come la donna del Vangelo di oggi ci si sente stranieri, lontani

ma si va a tentoni, si fanno domande, ci si mette in questione.

Come l’uomo del Vangelo si sa come è nera e cruda la realtà,

ma si lotta per aggrapparsi a un Oltre. Non ci si arrende.



Per questo la fede richiede non un’accettazione, ma un’adesione.

Non chiede un “obbedisco”, ma un “mi coinvolgo”.

Sta a noi decidere se scegliere l'oltre di un incontro toccante

o la pallida mediocrità di una routine.

È meglio la sicurezza rigida della incasellata normalità di sempre

o l’apertura ubriacante di orizzonti nuovi e sconfinati?



"Mai nulla di splendido è stato realizzato

se non da chi ha osato credere che dentro di sé

ci fosse qualcosa di più grande delle circostanze" (Bruce Barton).



Questo è ciò che Dio ci sussurra ogni domenica: il "di più".

Quel "di più" che Dio ha vissuto su di sé incarnandolo:

chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince.

Vince anche la morte e ogni tipo di morte.



domenica 24 giugno 2012

Don Giulio: 24 giugno 2012




Buona domenica

don Giulio



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VANGELO



Dal Vangelo secondo Luca

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio.

I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei

la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni

dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il

nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà

Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si

chiami con questo nome».

Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse.

Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti

furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua

lingua, e parlava benedicendo Dio.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione

montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro

che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai

questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il

bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni

deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.







RIFLESSIONE



24 giugno 2012



TOGLIERSI I SASSOLINI DALLE SCARPE

Festa di San Giovanni Battista





È raro che il 24 giugno cada in domenica e quando succede

la festa della nascita di San Giovanni Battista prevale.

Per di più è l'unico santo che ha due date nel calendario liturgico:

di lui si celebra sia la nascita che la morte.

Di solito dei Santi si celebra la morte come "nascita al

cielo".



È un santo particolare anche solo perché muore prima di Cristo,

quindi potremmo dire che "non è mai stato cattolico".

Non è mai andato a Messa (non c'era ancora)

eppure è il santo a cui sono dedicate più chiese nel mondo.

Ventitre papi presero il suo nome. L'ultimo Giovanni XXIII.



Anche i nomi delle note musicali (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si)

hanno a che vedere con Giovanni Batista:

sono desunte dalla prima sillaba dei sette versi della prima strofa

dell'inno liturgico composto in onore di questa festa.



Perché la data del 24 giugno per stabilire la sua nascita?

Nell'annunciare la nascita di Cristo a Maria l'angelo le dice

che sua cugina Elisabetta (madre di Giovanni) è al sesto mese.

Dunque si sceglie il 24 giugno: 6 mesi prima di Natale.

Naturalmente questa data ha valore simbolico e non storico.



Il nocciolo del mistero sta, come abbiamo sentito nel Vangelo,

nel nome: "Giovanni" che in ebraico significa "dono di

Dio".

Letteralmente: Dio ci ha fatto grazia, ci ha fatto un regalo.

Se un padre non dava il nome, il neonato veniva ucciso.



Il nome è la parola che un genitore mette indelebile sul figlio

e lo fa esistere non come "un uomo" ma come

"persona",

come identità: io sono "Giulio".

Da quel momento si affaccerà e presenterà sempre così alla vita.

È una seconda generazione: la prima è fisica, la seconda è vitale.

Dare il nome è un gesto d'amore intimo. È un gesto di creazione.



Tant'è vero che solo l'amore può cambiare il tuo nome,

solo l'amore plasma "nomignoli" che contengono una storia,

solo l'amore crea una nuova identità legata ad una storia di vita.



C'è quel verso amaro di Pierre Louys in Afrodite:

"Le donne non hanno più alcun nome nelle braccia degli

amanti".

O quella di Joe Namath:

"Fino a 13 anni pensavo che il mio nome fosse Zitto-tu".



Dio è più attento alla nostra felicità che alla nostra fedeltà.

A lui interessa la nostra realizzazione,

come Giovanni ha compiuto la sua vita come "Battista"

cioè come colui che ha saputo intuire la presenza di Dio.



Si racconta che quando fu consegnata al Papa Giulio II

la possente statua del Mosè di Michelangelo,

il Papa restò meravigliato e stupito della bellezza.

Lo stesso artista, finendola, le scagliò contro un martello

gridando "parla!", tanto sembrava perfetta.

Il Papa chiese a Michelangelo come avesse fatto

e il geniale artista rispose: “È stato semplice:

ho preso un blocco di marmo

e ho tolto via tutto ciò che non era Mosé”.



Oggi pensiamo al nostro nome, quindi al nostro essere.

Pensiamo a tutto ciò che non è "Mosé", che non è

"Giulio",

a tutto ciò che ci rende diversi dal capolavoro

che è il modo con cui Dio sogna ciascuno di noi.



Dio vuole liberarci da tutto ciò che non è noi stessi

e ridarci quella Libertà che è la pienezza della vita.

Dio vuole liberarci dalle zavorre che ci imprigionano.



Non sono le montagne a bloccare gli uomini che le scalano,

ma i sassolini nelle loro scarpe.



Il Vangelo oggi ci chiede di toglierci i sassolini dalle scarpe

per arrivare ad essere quel "Giovanni", quel "dono di

grazia",

quel "Mosè", cioè quell'opera d'arte che chiede di

essere liberata.

Riscopriamo la dignità del nostro nome di Battesimo.



C'è chi ci vede macigno e chi ci vede opera d'arte.

È la differenza tra lo sguardo opportunista e gli occhi dell'amore.

Chi ti usa ti imprigiona. Chi ti ama ti libera.

Chi ti usa vuole che tu sia come dice lui,

chi ti ama vuole che tu sia pienamente te stesso.

Dio ama così.

Impariamo anche noi ad amarci, ad amare e a farci amare così.

domenica 17 giugno 2012

Don Giulio: domenica 17 giugno 2012




Buona domenica

don Giulio



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VANGELO DI RIFERIMENTO



Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come

un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di

giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il

terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il

chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli

manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa

possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo

descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato

sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno;

ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le

piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo

possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso

genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza

parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava

ogni cosa.





RIFLESSIONE



17 giugno 2012



PER FARE UN TAVOLO CI VUOLE UN FIORE

11ma domenica del tempo ordinario





Sergio Endrigo con un testo di Gianni Rodari cantava:

"Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole

l'albero,

per fare l'albero ci vuole il seme, per fare il seme ci vuole il

frutto,

per fare il frutto ci vuole un fiore, ci vuole un fiore,

per fare un tavolo ci vuole un fio-o-re".



Se questa strofa viene a memoria a tutti, pochi conoscono la frase che

la precede:

"Le cose di ogni giorno raccontano segreti a chi le sa guardare ed

ascoltare".



Ci è scontato affermare che per fare un tavolo ci vuole il legno

ed ammettere che per fare il legno ci vuole l’albero

e che per fare l’albero ci vuole il seme.

Fin da bambini sappiamo dalla scienza che per fare il seme ci vuole il

fiore.

Ma noi grandi non abbiamo più il coraggio di tirare la conclusione

che per fare un tavolo ci vuole un fiore. E lo lasciamo dire solo ai

poeti.



Facevo questa riflessione guardando un manifesto che ho visto in

Bergamo alta,

dove un negozio ha usato come provocante pubblicità un testo di Albert

Einstein.

Nessuna immagine, un semplice fondo bianco, con queste parole in nero:



"Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello

stesso modo.

La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi

perché è proprio la crisi a portare il progresso.

La creatività nasce dall'ansia, come il giorno nasce dalla notte

oscura.

È nella crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi

strategie.

Chi supera la crisi supera se stesso, senza essere superato.

Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi,

violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni.

La vera crisi è la crisi dell'incompetenza.

Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare

soluzioni.

Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, è una

lenta agonia.

Senza crisi non ci sono meriti.

È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora

perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza.

Parlare di crisi è creare movimento;

adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo.

Invece di questo, lavoriamo duro.

L'unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per

superarla”.



Einstein credeva davvero che "per fare un tavolo ci vuole un

fiore".



Ed è esattamente quello che Gesù ci suggerisce in questa pagina di

Vangelo

parlandoci di giardinaggio nelle "parabole della crescita".



Dio sa trasformare la spazzatura del nostro passato in concime

perché sbocci il fiore di un sogno futuro.



Il vero successo, in ogni caso e in tutti i campi, inizia con una serie

di fallimenti,

attraversa frustrazioni e deve accettare incomprensioni e preconcetti,

trova trappole.

Perciò richiede costanza, tenacia, coraggio delle proprie idee, fiducia

nei sogni,

e testarda persistenza nella tentazione di voler abbandonare.

Quando però il traguardo dell'obiettivo si fa vedere

all'orizzonte, c'è lo stupore

di vedere il frondoso albero, non solo con frutti ma ricco di vita per

i nidi.

Devi allora ricordarti che quell'albero era un insignificante

granellino.



Quante volte il fiore sbocciato di un minuscolo sogno,

proprio perché ci abbiamo creduto davvero, di notte e di giorno,

è diventato tavolo da cucina per la condivisione della quotidianità,

è diventato tavolo da lavoro su cui poggiare i nostri progetti e i

nostri risultati

è diventato tavolo da salotto attorno a cui accogliere le persone che

ami.

Così è nelle storie d'amore e di amicizia, così è nelle imprese di

lavoro,

così fa Dio con noi: prende un puntino di bene nel campo arido della

nostra realtà

(un nulla: il granello di senapa è grande come la capocchia di uno

spillo)

e lo lavora con premura per farlo fiorire e trasformarlo in tavolo,

anzi in altare.



Quello che Gesù ha detto con l'immagine dell'albero

Nietzsche lo diceva in termini più psicologici:

chi ha un “perché” abbastanza forte può superare qualsiasi “come”.



Le cose di ogni giorno raccontano segreti a chi le sa guardare ed

ascoltare.

E il segreto è questo: per fare un tavolo ci vuole un fiore.









domenica 10 giugno 2012

Don Giulio: domenica 10 giugno 2012




Buona domenica

don Giulio



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VANGELO DI RIFERIMENTO



Dal Vangelo secondo Marco

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli

dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa

mangiare la Pasqua?».

Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e

vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove

entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia

stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.

Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già

pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati

in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e

lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese

un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse

loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti.

In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino

al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato

l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.





RIFLESSIONE



10 giugno 2012



MANO NELLA MANO

Solennità del Corpus Domini



"Di persone indispensabili sono pieni i cimiteri".

Spesso mi ripeteva così, in modo saggiamente cinico un anziano Cardinale

di fronte al mio giovanile piglio di suggerire alcune presenze

"indispensabili".

Il Corpo di Cristo nell'Eucarestia, di cui oggi celebriamo la

festa, Corpus Domini,

ci insegna invece che siamo mendicanti di essenzialità per questo nel

fare

la comunione veniamo imboccati o facciamo il bellissimo gesto di

tendere le mani.



Una mano, quella sopra, dice che io non sono indispensabile, ma sono

mendicante

di senso, di vita, di serenità, di gioia, di amore, di tranquillità. Ho

fame. Ho bisogno.

L'altra mano, che sorregge, dice che comunque ho delle potenzialità

e ricchezze

per cui posso "dare una mano". Non ho tutto, ma qualcosa di

bello ce l'ho.

Accolgo il pane santo nella mano vuota del mendicante,

ma è la mano della libertà e delle qualità, che sta sotto, che prende

il Corpo di Cristo

e mi sazia perché quel pane diventi forza di vita.



Questi due sentimenti, umiltà e disponibilità, sono i 2 colori da dare

alle nostre mani

nel gesto che facciamo quando riceviamo il Corpo di Cristo nella

comunione.

Una mano sopra l'altra, perché il Corpo di Cristo lo si riceve. Non

lo si prende.

Non ci si serve. Non mi viene portato. Mi devo mettere in fila. Chiede

attesa.

Mi viene consegnato personalmente: è troppo prezioso.

Mani vuote: non c'è scambio. Non do nulla in cambio. Non potrei mai

"comprarlo".

Non ne sono degno, per questo posso anche farmi "imboccare".

Qualsiasi cosa faccia per la chiesa e il mondo, quel tozzo di pane non

me lo merito.



È comune usare il termine "adorazione del Santissimo".

“Adorare” deriva dal latino “ad os” e significa “mettere alla bocca”.

Da una parte è il sentimento con cui davanti a qualcosa di

straordinario,

pieno di stupore, meravigliato metti la mano alla bocca e non hai

parole.

Dall'altro è il sentimento della bellezza che dice: "ti

mangerei" (magari di baci).



È il senso del termine greco "Eucaristia" che significa

"rendere grazie".



Un dono da accogliere, un segno d'amore, anzi per Dio è un pegno

d'amore.

Quante persone invece si credono padri eterni più di Dio, vantando

meriti.

Non è una ricompensa che mi sono meritato o un premio acquistato con i

bollini.

Che squallore! Come se Dio ci vedesse come cagnolini a cui dare il

biscottino

se si scodinzola bene o si riporta la pallina.



Ma ci rendiamo conto di cosa ha detto Gesù nell'ultima cena donando

l'Eucaristia?

"Questo è il mio corpo, te lo dono, lo offro per te".

Donare il corpo è il gesto d'amore più grande: dona il corpo

l'amato all'amata,

dona il suo corpo la madre al feto perché possa formarsi e nascere.



Dio usa questa forte espressione d'amore di coppia per dire la sua

presenza con noi.

Se io devo pagare un corpo che mi si dona, questa è prostituzione.

Se voglio prendere un corpo solo perché "mi va o me la

sento", questo è abuso.

Solo se è donazione totale, profonda, intima, gratuita è un gesto sacro

di vita.



Qualcuno nelle due mani unite vi vede un cuore sia per la forma che

disegnano,

sia perché ricordano le due parti del cuore con i movimenti di sistole

e diastole:

così il corpo di Cristo che entra e che viene preso dentro di noi

(sistole)

chiede di diventare linfa che irrora ogni capillare della nostra vita

(diastole).



Comunque le due mani sono da tenere all'altezza del cuore,

come se avessero bisogno di appoggiarsi sulla parte densa della nostra

vita.



Questo richiede che le mani e la bocca che ricevono il Corpo di Cristo

siano pulite.

Pulite per ricevere l'Eucaristia, non solo in senso igienico ma di

densità di vita.

Se sono superficiale con parole o gesti, mani e bocca, come posso

accogliere Dio?

Per questo la saggezza degli antichi ha suggerito almeno un'ora di

digiuno:

il non toccare qualcosa mi suggerisce l'importanza del dono che sto

per ricevere.

A Dio non interessa quello che ho nello stomaco, ma quello che ho nel

cuore.



Mani e labbra pulite sono però soprattutto la conseguenza della

comunione.

Mani pulite che lavorano e accarezzano, che costruiscono e incontrano,

non mani che colpiscono, strappano, rovinano, imbrattano, sprecano.

Bocca pulita e libera in parole, dialoghi, sorrisi e baci. Magari ci

preoccupassimo

dello splendore del frutto delle nostre labbra tanto quanto del bianco

dei denti.



Quelle nostre due mani, poggiate sul cuore, diventano allora il simbolo

della vita

che prende la forma di uno scrigno che chiede la delicatezza come per

un gioiello,

prende la forma di culla che chiede la premura come per un germoglio di

vita,

prende la forma di una teca da altare che chiede adorazione come per il

Santissimo.



Delicatezza, premura, sacralità sono le fondamenta di ogni rapporto

d'amore.

La superficialità sbava, la distrazione corrode, la mediocrità corrode.

Capricci, egoismi, superbia, rivendicazioni sono l'anti-comunione.



Dimmi come mangi e ti dirò chi sei. Dicono i dietologi.

Dimmi come fai la comunione e ti dirò che cristiano sei. Possiamo dire

oggi.

Facciamo la comunione e quindi come conseguenza cerchiamo comunione tra

noi

o mangiamo Cristo a tradimento?



Basta poco, basta guardare le nostre mani e renderci conto che Dio si

appoggia a noi

e sapremo dare allora la giusta misura alla nostra vita, al nostro

cuore, al nostro fare.

Ci troveremo, stupiti e meravigliati, a metterci la mano alla bocca,

per "adorare"

e per vivere camminando nel quotidiano mano nella mano con Dio.

domenica 3 giugno 2012

Don Giulio: domenica 3 giugno 2012






Buona domenica

don Giulio



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VANGELO DI RIFERIMENTO



Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che

Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però

dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni

potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i

popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito

Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed

ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».





RIFLESSIONE



3 giugno 2012



NON UN MURO MA UN ORIZZONTE

Solennità della Trinità





Oggi è la festa di Dio! Questo può sembrarci strano:

se Dio esiste, infatti, ogni giorno è la festa di Dio!

Dedicare un giorno al mistero di Dio, alla Trinità,

è ricordarci innanzitutto che ogni giorno bisogna ridiventare credenti

perché il mistero di Dio non è un muro ma un orizzonte.



Per questo, ogni anno, ripercorriamo la storia di Gesù:

la nascita a Betlemme, la predicazione, la croce,

la risurrezione, il suo ritorno al Padre, il dono dello Spirito.

Domenica scorsa abbiamo concluso questo ciclo

e oggi ci chiediamo: chi ci sta dietro a tutto questo?



È facile rispondere: Dio! Ma come lo si può scoprire Dio?



Madre Teresa di Calcutta amava raccontare un fatto:

un giorno un mussulmano guardava una delle sue suore

che fasciava con amore le piaghe di un lebbroso.

La suora non parlava, ma agiva raccolta e sorridente.

Quell’uomo islamico disse a Madre Teresa:

“Per tutti questi anni ho creduto che Gesù fosse solo un profeta

ma oggi capisco che è veramente Dio,

perché solo un Dio poteva mettere tanto amore nelle mani di questa

suora”!



Un’immagine forse ci può aiutare a metterci di fronte

al mistero dell’unità e della trinità di Dio: l’acqua!



L’acqua ci aiuta a pensare all’unità di Dio:

secondo la scienza tutto l’universo e anche il nostro corpo

è formato per almeno il 70% da acqua.



Così come siamo fatti di acqua, siamo “imbevuti” di Dio,

anche se non ce ne accorgiamo, né la vediamo.



È significativo il gesto per cui nel giorno del nostro Battesimo,

per diventare “figli di Dio” siamo stati immersi nell’acqua

nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.



Dire che “Dio è unità e trinità” è dire che Dio non può,

non riesce, non sopporta di stare solo, di stare isolato,

non riesce a stare sulle nuvole, ma ci coinvolge,

fa “piovere” il suo amore su di noi.



L’acqua ci può aiutare a riflettere sul mistero della Trinità,

se pensiamo a tre sue qualità, a tre sue funzioni:

l’acqua irriga, disseta, scava.



L’acqua IRRIGA, fa crescere, fa fiorire,

così il PADRE, ogni giorno, con noi lavora silenziosamente con amore

per far fiorire la nostra vita, rispettando le nostre stagioni.

È diversa la pioggia dell’inverno dai temporali dell’estate,

ma come la natura usa modi diversi per aiutare a crescere,

così fa Dio con la nostra vita, con premurosa delicatezza o con tuoni

che scuotono.



L’acqua DISSETA, così il FIGLIO con la sua Parola, con la sua verità,

disseta la nostra sete interiore di senso.

Come davanti ad una fonte,

la nostra sete non riuscirà a spegnere, ad esaurire la sorgente,

ma sempre la sorgente spegnerà la nostra sete.

Questo bere alla sorgente è la nostra spiritualità:

a volte ci basta un piccolo sorso, altre volte per la sete bruciante

necessitiamo di litri,

ma la fonte è sempre lì, disponibile ai nostri bisogni.



L’acqua SCAVA, gli antichi dicevano “gutta cavat lapidem”.

Diceva Ovidio: "Non c'è niente di più duro della pietra e di

più molle dell'acqua,

ma la molle acqua scava la dura pietra".

Una goccia può scavare anche il marmo, un ruscello scava una valle,

così lo SPIRITO agisce nella nostra vita in silenzio,

ma scavando a fondo nelle nostre più dure resistenze.



Lasciamoci immergere in quest’acqua nella quale siamo stati immersi nel

Battesimo,

quell’acqua che ci ha imbevuto di Dio Trinità,

lasciamo che Dio, il Padre, irrighi la nostra vita,

lasciamo che Dio, il Figlio, disseti il nostro cuore,

lasciamo che Dio, lo Spirito, scavi le nostre durezze.



Non facciamo come quei bambini che sulla spiaggia

preoccupati di cercare conchiglie o di costruire castelli

non si accorgono di avere davanti il mare.

domenica 27 maggio 2012

Don Giulio: domenica 27 maggio 2012


Buona domenica e buona festa di Pentecoste

don Giulio



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VANGELO DI RIFERIMENTO



Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il

Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che

procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date

testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho

ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il

peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la

verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà

udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché

prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il

Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è

mio e ve lo annuncerà».





RIFLESSIONE



27 maggio 2012



SIAMO ADULTI O VECCHI?

Solennità di Pentecoste





Friedrich Nietzsche, in "Al di là del bene e del male", dice:

"Maturità dell'uomo:

significa aver ritrovato la serietà che da fanciulli si metteva nei

giochi".



Penso che questo sia uno squarcio interessante per capire la Pentecoste,

l'immenso dono dello Spirito Santo dopo 50 giorni (pente-coste)

dalla Pasqua.



Un bambino può insegnare sempre tre cose ad un adulto:

a essere contento senza motivo,

a occupare tempo e mente con poco ed essere soddisfatto

e a pretendere con ogni sua forza quello che desidera.



In questa festa della terza persona della Trinità, lo Spirito Santo (la

più dimenticata)

ci viene riconsegnato un impegno serio.

Il Padre, il Creatore, ci dona ogni giorno la natura e la vita. È la

sorgente.

Il Figlio, il Crocifisso Risorto, ci dona la speranza della forza

dell'amore. Il traguardo.

Lo Spirito Santo è energia di vita: è lo stile di un cammino che esige

qualità.



C’è un momento nella vita della Chiesa in cui i bambini vengono messi

nel mezzo

e diventano grandi: è la cresima. I cresimandi sono letteralmente

“adolescenti”.

In latino “adultus” è participio passato del verbo “adolescere”:

vuol dire quindi “cresciuto”, mentre adolescente è "colui che sta

crescendo”.



In questa solennità ripensiamo allora a quella "nostra"

Pentecoste che è la Cresima.

Un gesto da ragazzi che ha una responsabilità da adulti.

Come ogni sacramento che si celebra una sola volta (battesimo, ordine,

matrimonio)

ha la dimensione del "per sempre".



La “cresima” è la “confermazione” del battesimo. Due termini densi di

significati.



È innanzitutto un rito di passaggio: si conferma in modo personale e

autonomo

la scelta fatta dai genitori nel battesimo (da qui il nome

"confermazione").

Nel “rispondere” si accetta una “responsabilità”. Si diventa “adulti

nella fede”.



È il “passaggio” da fruitori ad attori nella comunità.

Per chi vive un cammino di fede personale e solitario deriva da qui una

domanda

oggi rilanciata in modo speciale: come posso essere attore nella mia

comunità?

C'è qualcosa che posso fare per gli altri? Anche solo ogni tanto.

Ma la stessa domanda arriva anche a chi già nella comunità ha degli

impegni

e oggi deve chiedersi: sono collaboratore o complicatore?



Il secondo termine, “cresima”, ci rimanda invece al modo della

celebrazione:

il Vescovo fa un segno della croce sulla fronte con il “crisma”,

che è olio misto col balsamo (non quello dello shampoo ma una densa

essenza),

"olio santo", benedetto solennemente dal Vescovo ogni giovedì

santo.

Come ogni simbolo ci ricorda alcune caratteristiche della nostra fede.



Si usa l’olio innanzitutto perché l’olio è qualcosa che penetra a

fondo,

senza far rumore, proprio come lo Spirito Santo, l’efficacia silenziosa

di Dio.



L’olio nell’antichità veniva poi usato dagli atleti nelle lotte per

tonificare i muscoli

e rendersi scivolosi all’avversario. Così è l’opera dello Spirito

Santo:

aiuta ad affrontare la vita e rende scivolosi alle sfide quotidiane del

male.



Ma è olio misto al balsamo, una rara essenza di profumo.

Nell’antichità era una fragranza posseduta solo dal re, tanto era

preziosa,

così chi aveva quel profumo era subito riconosciuto come principe,

“figlio del re”.

Si legge nella Bibbia, in Isaia: “Dio scrive il nostro nome sul palmo

della sua mano”.

Come un innamorato si fa un tatuaggio che ricorda per sempre l’amata,

così Dio ha scelto il palmo della sua mano per mettere il nostro nome,

così che non ci sia mai alcun suo gesto, nemmeno il più insignificante,

nel quale non pensi con amore a ciascuno di noi.

Gli antichi chiamavano lo Spirito Santo il "dito della mano di

Dio",

così Dio ci dice: “Anche se tu non ti ricordi di me o non credi in me

non preoccuparti, io non smetterò mai di credere in te e di scommettere

su di te!”.



Il balsamo viene da una resina che ha anche un’altra qualità: quella di

conservare. Tanto potente da conservare persino dalla corruzione della

morte,

come avevano scoperto nell’antico Egitto e il Faraone si faceva

“imbalsamare”.

Pensiamo anche alle donne che il mattino di Pasqua vanno al sepolcro

“con olio profumato”, dice il Vangelo, per cercare di conservare il

corpo di Gesù.

Lo Spirito Santo è il balsamo che “conserva” la bellezza della vita,

ogni suo attimo denso e importante.

Anche se le complesse vicende delle nostre storie ci fanno dimenticare

tante cose,

Dio ricorda, anzi “imbalsama” ogni nostro gesto d’amore vero, anche il

più piccolo.

Dio non conserva le nostre fragilità, ma le nostre densità.



Bellissimo rileggere in questo senso il nome che Gesù usa per indicare

lo Spirito:

"il Paraclito" che significa "il difensore".

Dio non difende solo "dal" male, fa molto di più: difende e

custodisce "il" bene.



Lo Spirito Santo non è un bodyguard, ma un banchiere che investe sul

mio capitale,

su quel capitale che è la mia vita, le mie storie, le mie qualità, i

miei gesti d'amore.



Lo Spirito Santo, che il Vangelo raffigura come fuoco che scalda e

infiamma,

ci ricorda oggi la responsabilità di essere "adulti", cioè

"cresciuti".

Lo Spirito Santo è una sfida perché ogni giorno ci chiede: quanto sei

cresciuto?

Chiediamoci: la mia fede è adulta? il mio amore è adulto? la mia etica

è adulta?

la mia cultura è cresciuta? la mia comprensione di persone e cose è

cresciuta?

quanto? quando? come?

Sei caldo, infiammato o freddo? o peggio, sei tiepido?



Paragoniamoci ai bambini che sanno essere contenti senza motivo,

sanno occupare il tempo con poco e divertirsi,

sanno pretendere con ogni forza quello che desiderano.

"Non siamo più bambini", forse però nel senso peggiore.

Magari fossimo almeno così.



Einstein diceva: "Un uomo è vecchio quando in lui i rimpianti

superano i sogni".

E non conta l'età anagrafica: ci sono ragazzini vecchi e anziani

giovani.



Lo Spirito Santo che scuote le mura del cenacolo, oggi scuote noi per

dirci che

chi sa sognare ad occhi aperti può tutto. Questo è il segreto della

maturità.



Siamo adulti o vecchi?

Dio ci ha fatto uomini e ci vuole "adulti". Non vecchi.

Chiediamoci: subiamo l'invecchiamento o ricerchiamo maturità?

Maturità significa ritrovare la serietà che da fanciulli si metteva nei

giochi.

Lo Spirito Santo è il giocarsi di Dio per la qualità della nostra vita.

È una cosa seria.

Lo Spirito Santo è il sogno ad occhi aperti di Dio su di noi, per

questo può tutto.

domenica 20 maggio 2012

Don Giulio: domenica 20 maggio 2012


Buona domenica

don Giulio



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VANGELO DI RIFERIMENTO



Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in

tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e

sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.

Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio

nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano

serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno;

imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù,

dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra

di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il

Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che

la accompagnavano.





RIFLESSIONE



20 maggio 2012

DIO STA IN CIELO

Solennità dell’ascensione di Gesù al cielo





Oggi con la Chiesa ricordiamo il mistero di Gesù asceso al cielo.

Se Dio sta nei cieli ci possono essere motivi diversi per fare festa.



Se Dio sta in cielo, oggi è in festa chi pensa che Dio non esiste,

perché le scoperte scientifiche ci hanno aperto le porte del sistema

solare.

L'astronauta Juri Gagarin nel suo viaggio nello spazio – il primo

della storia –

affermò: "Non vedo alcun Dio quassù".



Se Dio sta in cielo, oggi è in festa chi pensa che si può fare a meno

di Dio.

Lui sta là, in alto, sulle nuvole e noi stiamo qui sulla terra a

faticare

o comunque ci facciamo comodamente i fatti nostri molto volentieri.

Senza di lui. Tanto Dio è distante, non risponde mai e forse nemmeno

ascolta.



Se Dio sta in cielo, oggi, per chi crede nel Dio di Gesù Cristo,

è la festa della vicinanza di Dio.

E dobbiamo ringraziare chi la pensa in modo diverso perché la scienza

non è contro la fede, ma ci può aiutare a capire alcune qualità

essenziali di Dio,

togliendo tanti fronzoli e recuperando il nucleo del mistero.



Se Gesù sale “in cielo”, allora chiediamoci realmente: dove è il cielo?

Proviamo a pensare a come si può disegnare il cielo.



Un bambino disegna il cielo come una striscia blu, in alto al foglio,

chiuso, staccato, lontano. Un cielo irraggiungibile, troppo in alto.



Un ragazzo riempie di azzurro tutto il foglio.

La terra è una striscia verde in basso e il resto è cielo.

Il cielo copre ogni spazio, è la realtà più vasta, avvolge tutto.

Per l'adolescente il cielo è lo spazio del volo libero di fantasie,

sogni e sentimenti.



Un adulto nei suoi disegni non mette più il cielo.

Forse perché noi "grandi" siamo troppo abituati a tenere i

piedi per terra

o forse perché sappiamo che il cielo è ovunque

e le nuvole grigie della vita hanno macchiato e scolorito quella bella

poesia blu.

Il cielo è per noi uno spazio ovvio,mal massimo da misurare o in cui

viaggiare.



Esattamente come per Dio: può essere tutto staccato o tutto avvolgente,

oppure talmente ovvio da non essere più nei nostri calcoli e nei nostri

pensieri.



Proviamo a chiederci: dove è per me il cielo?

Come disegno il cielo nella mia vita?

Quindi, che tipo di Dio ho nella mia vita?



La scienza ci dice che l’azzurro del cielo in realtà non esiste, perché

non è altro che un effetto ottico dell’aria che respiriamo, cioè

dell'atmosfera.

Ma proprio questo ci suggerisce una meravigliosa qualità di Dio

quella cioè di essere come l’aria.

L'aria non fa rumore, non si fa notare, ma c’è sempre attorno a noi,

a nostro servizio, senza doverle chiedere per favore o dirle grazie.

Dio, come l'aria, ci avvolge, ci precede nel nostro alzarci al

mattino

e va a letto dopo di noi la sera, anzi ci sta accanto nella notte buia.



Non c’è angolo, anche il più buio, sporco, segreto, nascosto della terra

in cui l’ossigeno non sia lì prima di noi e per noi.

Anche nella nostra vita non c’è angolo buio, sporco, segreto, nascosto

in cui Dio non sia già arrivato e sia già lì per noi.



Non per niente ti accorgi dell'importanza dell'ossigeno solo

quando ti manca il fiato.

Quante volte anche con Dio è così: non ci pensiamo mai, come

all'ossigeno,

ma ce ne rendiamo conto solo quando ci manca il fiato per chiederci

"ma dove è?".



Disse Bob Marley: "Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere

una stella,

se vedi cadere una stella e perché stai guardando il cielo

e se guardi il cielo è perché credi ancora in qualcosa".



La festa di Gesù che sale in cielo ci vuole spingere a guardare

"in su".

Divertiamoci, come bambini, a giocare di fantasia contemplando le

nuvole.

La scienza invece ci dice che le nuvole sono solo l'effetto del

ciclo dell’acqua.

Ma anche questa è una meravigliosa qualità di Dio e un suo messaggio

stupendo:

le bianche e spumose abitanti del cielo che disegnano cavalli e

personaggi

sono l’acqua delle pozzanghere sporche che l'evaporazione ha fatto

risalire.

Ci avevamo mai pensato? Poi, in questo ciclo, questa "magia"

torna a noi,

come pioggia che dona acqua nuova e viva pronta a irrigare e far

rinascere la natura.



Dio fa proprio così nella nostra vita. Porta in cielo l’acqua sporca

delle pozzanghere fangose della nostra vita e del nostro cuore e ce la

ridona nella vita

come energia vitale di pioggia che irriga il nostro vissuto arido o

rinsecchito.



Dio, inoltre, come il cielo ci accompagna nelle cose più normali della

quotidianità

dandoci ogni giorno uno spazio per far volare i nostri sogni sul futuro.

Come il cielo, però, fa tutto questo senza farsi notare. Sta solo a noi

alzare lo sguardo.



Seguendo questo stile, Dio mantiene la promessa che è nel cuore del

Vangelo di oggi:

"Ci saranno segni che accompagneranno quelli che credono nella mia

presenza:

nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove,

prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà

loro danno;

imporranno le mani ai malati e questi guariranno".

Siamo sinceri con noi e con lui: ma quando mai? ma chi? ma dove? Ma

dai!!



Siamo proprio sicuri? Proviamo a guardare alle coincidenze la vita ci

offre:

le coincidenze sono una trovata geniale di Dio per rimanere anonimo.

Potremmo specificare: per rimanere staccato, silenzioso ma avvolgente

come il cielo.



Quante volte per coincidenza abbiamo evitato il male ("scacceranno

demoni"),

quante volte per coincidenza ci è giunta quella parola giusta che ci ha

dato

carica, energia, forza, serenità ("parleranno lingue nuove"),

quante volte per una coincidenza situazioni che sembravano negative

si sono trasformate in una occasione nuova e abbiamo reagito

("prenderanno in mano serpenti e il veleno non recherà loro

danno"),

quante volte per coincidenza è arrivata la persona giusta al momento

giusto,

l'abbraccio che ci voleva, la mano tesa di cui avevamo proprio

bisogno

("imporranno le mani ai malati e questi guariranno").



Curioso: se rileggiamo la nostra avventura cercando i segni promessi da

Gesù

non ne vediamo nemmeno uno in giro e tanto meno dentro la nostra vita,

se invece guardiamo alle coincidenze scopriamo di averne vissute tante

senza aver dato loro valore e senza magari averne gustato

l'importanza.

È così: le coincidenze sono una trovata geniale di Dio per rimanere

anonimo.



Come il cielo, dove lui sta, proprio perché come il cielo,

silenziosamente

Dio ci avvolge, ci disseta, ci fa volare, ci fa sognare.



"Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella,

se vedi cadere una stella e perché stai guardando il cielo

e se guardi il cielo è perché credi ancora in qualcosa".



Che il Cielo ci aiuti a stare attenti alle coincidenze della vita:

sono una trovata geniale di Dio per rimanere anonimo.

Dio è in cielo, perciò ci è proprio vicino, ma a modo suo. Basta alzare

lo sguardo.

domenica 13 maggio 2012

Don Giulio: domenica 13 maggio 2012




Buona domenica

don Giulio



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LETTURE DI RIFERIMENTO



Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio:

chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio.

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.



Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato

me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i

miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i

comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste

cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io

ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua

vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi

comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa

il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito

dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma

io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e

il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre

nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni

gli altri».



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RIFLESSIONE





13 maggio 2012



QUANTO VALE UN "TI VOGLIO BENE"

6a domenica di Pasqua



Molte persone ti cammino “a fianco”,

ma solo chi ti vuole bene davvero ti cammina “dentro”. E in punta di

piedi.



Abbiamo vicino tante persone e abbiamo così spesso l'impressione di

urtarci

perché siamo "appiccicati" e non "uniti".

Il rischio, infatti, è incontrarsi senza conoscersi,

stare insieme senza stimarsi, stare a distanza senza venirsi in mente.

Eppure il nostro desiderio più grande resta sempre quello di amare ed

essere amati.



Oggi Dio ci dice: "Guardati intorno, non è vero che uno più uno fa

sempre due.

Una goccia più una goccia fa una goccia più grande".



Se applicassimo all'amore le regole matematiche,

non funziona il "più" perché 1+1=2 e quindi non ci si fonde

(come le gocce),

non funziona il "meno" perché 1-1=0 e quindi ci si annulla.

Funziona solo il "per" perché 1x1=1 e quindi la condivisione

e l'essere per ha come attuazione la "divisione" 1:1=1.



È quanto l'apostolo Giovanni ci dice con coraggio nella sua prima

lettera:

amare è un modo per conoscere Dio. Proprio come un catechismo.

Amare è un gesto non solo etico, ma teologico.

In un attimo d'amore non solo diventi una cosa sola e ti fondi come

gocce

con chi ami, ma anche con Dio.



Nel suo Vangelo Giovanni aveva riportato quelle forti parole di Gesù:

"Sapranno che siete miei testimoni da come vi amerete tra di

voi".

Il segno di riconoscimento non sta in croci, medaglie, riti, santini e

madonne,

ma nello stile del volersi bene.



E nel brano che abbiamo ascoltato oggi si spinge ancora più in là:

"non vi chiamo più servi, ma amici". Il servo obbedisce,

l'amico condivide.

Il servo sa quello che vuole il suo padrone,

l'amico sa quello che pensa, che sente, che prova

nella salute e nella malattia, nella buona e nella cattiva sorte.



È l'unica religione in cui Dio si rivolge all'uomo chiamandolo

"amico",

in genere l'uomo è il fedele, il suddito, l'obbediente, il

discepolo, l'adepto/scolaro.



Il Dio di Gesù Cristo ci dice che l’amore è la dimensione più importante

sia della vita dell’uomo che della vita di Dio.

Infatti, nella Bibbia la definizione più completa e più bella di Dio è:

“Dio è Amore!”.

Amore dice ciò che Dio “è” e ciò che Dio “fa”.

Dio non sa fare altro mestiere che amare.

Per questo nella vita ogni istante d'amore invoca eternità.



Come non ricordare la gigantesca espressione di San Giovanni della

Croce:

“Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore!”.

Dovremmo anche aggiungere: saremo giudicati dall’Amore.



Non è un amore astratto, platonico, irenico, dolciastro. Ma è concreto:

"non c'è amore più grande di questo, dare la vita per i propri

amici".

Dare la vita, cioè metterci vita, colorare di vita, assaporare la vita,

giocare attimi di vita, offrire istanti di vita, aprire sorrisi di vita.

Quindi, non c’è nulla che valga e brilli come un vero “ti voglio bene!”.



È quanto mai facile finire un SMS con un T.V.B.

Quanto invece è più impegnativo guardare negli occhi una persona

e sussurrarle "ti voglio bene".

Il primo è una cordialità affettuosa, il secondo è un impegno concreto,

anzi una scelta di responsabilità perché è dire:

“Voglio il tuo bene! Voglio volere il tuo bene!”. È una cosa seria.

Anzi sacra.

Permettetemi di dire, tanto quanto una preghiera, perché Dio è amore.



Prendere gli amici come sono è troppo poco,

e prima o poi a questo ci si arriva per forza.

“Volere” gli amici per quello che sono: ecco il vero amore.

Ti ama davvero solo chi sa tutto di te e nonostante questo gli piaci.



L’essere presente nel cuore di qualcuno,

l’essere prezioso nella memoria di qualcuno,

l’essere importante nel futuro di qualcuno,

l’essere apprezzato per quello che si è e non per quello che si appare

o si produce,

l’essere stimato nonostante quello che si è

questo e solo questo è il segreto di una vita realizzata, di una gioia

piena.



È così difficile trovare amici veri, che amino non a parole, ma con le

carezze dei fatti.



Dio ci chiede oggi di essere responsabili dei nostri "ti voglio

bene".

Di coglierne la densità. Di capirne la sacralità.



Facciamo innanzitutto un serio esame di coscienza.

Quante volte regaliamo un prezioso "ti voglio bene"? Siamo

avari o generosi?

Quante volte avremmo dovuto dire "ti voglio bene" e siamo

stati zitti?

Quante volte l'abbiamo detto superficialmente ma i fatti non

l'hanno dimostrato?



Tante volte, forse troppe, non rendendoci conto forse,

abbiamo deluso una persona, abbiamo fatto piangere il suo cuore

e tutto questo per tre semplice parole, dette tanto per dire

senza riflettere all’importanza che esse possono avere per chi le sente.



In positivo, Dio ci insegna a dire più spesso dei "ti voglio

bene"

veri, sinceri, profondi, riconoscenti, emozionati.



Dio è Qualcuno che ti ama gratis, così come sei, e che non ti chiede di

cambiare,

ma ti ama e basta, con tutte le tue debolezze, le tue fragilità, le tue

macchie e puzze.



L’amore, quando lo trovi, quando lo senti, quando lo vivi,

ti insegna subito che la felicità non è quella delle grandi cose.

La felicità non è quella delle emozioni forti che fanno il botto.

La felicità, come l’amore, è fatta di cose piccole ma preziose.

La felicità, come l’amore, è fatta di presenze in punta di piedi.



La felicità, come l’amore, però è talmente potente

che dilata il tempo tanto che 5 minuti possono essere più lunghi di

tante ore,

e dilata lo spazio per annullare le distanze e portarti da chi ami.



Ebbene, Dio la pensa allo stesso modo. Anzi di più, Dio fa allo stesso

modo!

Ci dice: "Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e

sia piena".

"Piena": non a pezzetti, non a rate, non a lotteria. Scusate

ma non è poco.



Amore è il nome proprio di Dio. L'Amore è il DNA di Dio.

L’Amore è l’essenza di Dio, L'Amore è la logica di Dio, l’Amore è

lo stile di Dio.

Dovremmo ricordarci più spesso che siamo "a sua immagine e

somiglianza".

Quindi, ogni attimo, pensiero, gesto d'amore è qualcosa di

religioso, è sacro.

Per questo in ogni "ti voglio bene" è implicato ciò che di

più profondo siamo.



Questo è il segreto della felicità. Questo è il motivo della noia

esistenziale.

Questo è l'elemento che fa la differenza tra una vita arida e una

vita piena di frutti.

Sta a noi decidere come usare quel tesoro sacro che sono i "ti

voglio bene".



sabato 5 maggio 2012

Don Giulio, domenica 6 maggio 2012



Buona domenica
don Giulio

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VANGELO DI RIFERIMENTO

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il
Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo
taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più
frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da
se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete
in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui,
porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non
rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo
raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le
mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà
fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto
e diventiate miei discepoli».


RIFLESSIONE

6 maggio 2012
PERICOLO + OPPORTUNITÀ = CRISI
5a domenica di Pasqua


Sono già passate cinque domeniche da Pasqua e dietro la Parola di Dio
di oggi,
spunta una domanda che spesso abita il segreto del nostro cuore:
ma siamo sicuri che Cristo è ancora qui?
Ma dove è il Risorto? È lontano o è vicino?
Abbiamo celebrato la Risurrezione,
ma basta guardarsi attorno e tutto sembra senza il Risorto.

In questo enigma profondo appare lo stile di Dio:
oggi Cristo presenta infatti la sua azione come una vigna
proprio per sottolineare la peculiarità del suo modo di pensare,
sentire, agire:
uno stile paziente, discreto, silenzioso, a tempi lunghi.

È stato detto da Juan Arias (giornalista e scrittore spagnolo):
"L’insoddisfazione è la strada attraverso la quale Dio sta
giungendo inaspettato".

Tra le azioni del vignaiolo però ne viene evidenziata una,
scomoda, ma essenziale per la qualità del raccolto:
affinché la vite porti frutto occorre potarla
Potare è sempre una fatica, ma finalizzata alla fioritura. Questa è
risurrezione.
Sacrificio sì, ma "per" qualcosa. Mai fine a se stesso:
questo è masochismo.

L'avete mai vista una vite potata?
Fa impressione vedere la "lacrima" della linfa sgorgare dal
taglio,
come fosse denso sangue bianco da una ferita.
Eppure quel gesto è davvero necessario
e il tralcio, accorciato nel punto giusto,
concentra tutte le sue energie proprio lì, in quella ferita,
dove l'amara fatica di un nuovo germoglio diventerà dolce grappolo
d'uva.

La vita ha potature in abbondanza: delusioni, fatiche, malattie,
periodi "giù";
è piuttosto inevitabile e lo sappiamo
anche se - il più delle volte - ci ribelliamo, ci intristiamo.

Certo, quanto amor proprio devo mettere da parte, quanta pazienza
esercitare,
quanto equilibrio mettere in atto per non scoraggiarmi e deprimermi,
per non prendermela con Dio o con la vita.

Gesù, proprio per questo, ripete in continuazione il verbo
"rimanere".

Una parola "rimanere" che può avere un significato positivo
come il coraggio di rimanere dentro una storia comunque e nonostante
tutto,
oppure un significato negativo di rimanere intrappolato in una rete.

A tutti, capita più spesso di sentirsi così, intrappolati in una rete.
Proviamo allora a pensare a cosa è una rete, a come è fatta e a cosa fa.

Se guardi una rete, scopri che è fatta di vuoti: è un filo che crea
quadri di nulla.

Una rete è leggera eppure ha una forza che cattura pesci guizzanti,
una rete imbriglia massi pericolanti,
divide e separa identificando proprietà private.
Però a differenza di un muro una rete sa far vedere, senza farsi troppo
notare,
impedisce ma insieme consente, blocca ma non costringe.

Una rete crea dei limiti, definisce degli stop, ti blocca, ti impedisce,
e quando sei avvolto in una rete più ti agiti e più ti ingarbugli,
se cerchi di fare degli strappi nella rete, ti ferisci tu,
ma insieme una rete sa proteggere dalle cadute, una rete sa salvare dai
pericoli
una rete sa raccogliere per nutrire.

E poi c'è la rete web che offre notizie, comunicazioni, dialoghi,
incontri, possibilità.

Quante volte casa nostra è così: proprio come una rete
sembra che imprigioni quando si piange e quando si discute,
sembra che catturi quando in casa non si parla e le braccia si chiudono
conserte,
sembra che imbrigli quando la porta invoglia a andare via,
ma quante volte nella vita di coppia,
proprio quell'intrecciarsi e annodarsi di leggeri attimi di
quotidiano e di vuoto,
come una rete ti protegge,, ti sostiene, ti sfama, ti raccoglie,
o come la rete web ti mette in dialogo e ti spalanca il mondo.

Come è per l'amore, così è per la fede, così è per la vita.
Sta a noi decidere come vivere dentro questo spazio di senso.

Il vignaiolo non vorrebbe il bene della vigna
se non la potasse per non vedere le sue lacrime,
così il Signore ci insegna a non spaventarci delle nostre crisi,
ma ci invita ad guardarle in faccia, a viverle nel positivo,
come occasione, come possibilità, come opportunità,
capendo che anche il limite, la crisi, la sofferenza
possono servire a vantaggio della qualità della nostra vita.

Viviamo allora tranquilli le nostre contraddizioni
certi di essere nelle mani esperte di un ottimo vignaiolo,
che per la qualità della nostra vita sa usare anche la nostra
insoddisfazione
come strada in cui, in punta di piedi, può raggiungerci.

In cinese ogni ideogramma ha una densità di significato enorme.
La parola crisi fa eccezione: ne servono due wej-ji,
per dire "crisi" non c'è una parola ma si mettono vicini
"pericolo" e "opportunità".
Quando queste due parole sono insieme si legge "crisi".

Che Dio ci aiuti a fare il contrario nella nostra testa e nel nostro
cuore:
noi in tanti segni della quotidianità leggiamo subito "crisi"
e ci lasciamo spaventare, angosciare, impanicare bloccare dal
"pericolo"
senza mai essere capaci di leggerci "opportunità".

L'insoddisfazione è la strada attraverso cui il Risorto giunge
inaspettato
per fare di ogni potatura una opportunità per concentrare le energie
di quella linfa che scorre nelle vene del quotidiano
che l'amore annoda col vuoto per avvolgerci in quella rete
che, comunque e nonostante tutto, ci nutre, ci protegge, ci difende.

Se crisi è uguale a "pericolo + opportunità",
allora potatura + amore = rete di vita, tessuta di linfa di amore.

Così è stato per il crocifisso risorto (dalla via della croce al
sepolcro vuoto),
così sia per noi.

domenica 29 aprile 2012

Don Giulio, domenica 29 aprile 2012


Buona domenica
don Giulio

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VANGELO DI RIFERIMENTO

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà
la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al
quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le
pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un
mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre
conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho
altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io
devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge,
un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita,
per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me
stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo.
Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».


RIFLESSIONE

29 aprile 2012

AMARE O CALCOLARE: QUESTO È IL PROBLEMA
4a domenica di Pasqua


La vera devastante solitudine non è di chi è solo con se stesso,
ma di chi è in due e spera di poter essere da solo.

È questa la verità della Parola di Dio di oggi:
non c’è oroscopo, astro parlante o palla di cristallo,
non c’è talismano o formula o cartomante
che ci possa donare dei tempi migliori.

La parola di Dio ci dice che non serve a nulla rimpiangere tempi
migliori,
ma dobbiamo impegnarci noi, qui e adesso, a migliorare la qualità del
tempo.
Non è il tempo che è negativo, ma siamo noi che lo usiamo male.

Gesù ci consegna per questo l'immagine del pastore.
Proviamo allora a guardare un gregge.

Uno studio interessante ha evidenziato che osservando con attenzione
il recinto di un gregge stanziale si possono distinguere nettamente
due tipologie di pecore: alcune grasse e altre molto magre.
Fa eccezione il caso medio.

Alcune pecore stanno l’intera giornata appoggiate alla staccionata
a guardare al di là dell’ovile e sono quelle più magre, smunte,
deperite.
Altre pascolano tranquille dentro l’ovile e sono quelle grasse e
paciose.

Le prime sono magre perché desiderano e cercano di mangiare l’erba
al di fuori del recinto e non ci arrivano.
Le grasse, invece, sono quelle che hanno girato la testa
e si sono dette: “guarda! c’è l’erba anche qui!
ma io ho già l’erba da gustare, perché devo desiderare quella fuori?!”.

Una seconda riflessione invece nasce dall’osservare un gregge in
movimento:
si stringe compatto per scoraggiare l’aggressore.

In realtà ciò che muove e stringe il gruppo è l’egoismo dei singoli:
ogni pecora cerca rifugio il più possibile all’interno per allontanarsi
dal pericolo,
lasciando così i più deboli all’esterno in balia del predatore.
Il gregge non è sinergia, ma è egoismo organizzato.

Una terza sottolineatura ce la offre il Vangelo di oggi
contrapponendo il mercenario al pastore.

Il mercenario – che tanto, anzi troppo, ci assomiglia –
vive, pensa, ama con una "logica da condominio" che è:
importante è perderci il meno possibile ma guadagnarci il massimo,
essere vicini per condividere le spese
ma rimanere a distanza di sicurezza per non farsi spiare;
salutarsi e sorridersi perché ti può sempre servire qualcosa,
ma non sbilanciarsi mai a diventare amici perché poi ti lega troppo.
Insomma insieme sotto lo stesso tetto, ma isolati,
ognuno chiuso protetto dalla sua porta blindata.

Per questo Gesù, il buon pastore, oggi ci insegna ad essere “egregi”.

“Egregio Signore” è per noi solamente un’espressione da lettera,
invece nella sua radice cela un messaggio meraviglioso.
“Egregio” viene dal latino “ex-grege” che significa fuori dal gregge.
L’egregio, ex-grege, è colui che si toglie da questa logica di egoismo.

Oggi è anche la giornata delle vocazioni.
La vocazione non è solo dei preti e delle suore, la vocazione è di
tutti:
la vocazione è la qualità che vuoi per la tua vita,
il come la gusti,
lo stile con cui utilizzi il tuo tempo e con cui vivi le tue relazioni.

In questo senso la vocazione è il sogno di Dio sulla tua vita:
quell'amore che scegli per dare forma e compimento a ciò che sei.

La vocazione è la realizzazione di una vita egregia
come marito e moglie, padre e madre, uomo e donna, cittadino e credente.

La vocazione è quindi la realizzazione della propria vita,
è quella fede che dà profumo ad ogni gesto che compi, anche se
insignificante,
è quella forza che ti fa andare avanti comunque e nonostante tutto.

Che il Signore ci aiuti ad essere “buoni pastori” della nostra vita
e a smetterla di essere “mercenari”, cioè stressati sciupatori di tempo.

La sfida invece è fare dell'amore la scelta vocazionale che dà
forma alla vita
per essere "e-gregi",
non tanto su un indirizzo di una busta da lettera,
ma nei sentimenti, nei pensieri, nelle azioni che sulle pagine del
quotidiano
inviamo all'indirizzo del cuore di chi condivide con noi la vita.

Vocazione è voc-azione: "voce" più "azione".
È "voce": cioè quello che pensiamo, diciamo, chiamiamo,
chiediamo.
È "azione": cioè quello che facciamo, decidiamo, scegliamo.

Quindi non è un "sì" detto una volta nella consacrazione o
nel matrimonio,
ma è un "sì" da dire ogni giorno alla qualità della vita.

Rendiamoci conto che quando l'amore è portato a vivere di ricordi
è come un naufrago che mette mano alle ultime scorte di viveri.
Per questo, la vera devastante solitudine non è di chi è solo con se
stesso,
ma di chi è in due e spera di poter essere da solo.

Calcolare o amare? Invidiare o gustare? Guinzaglio o rete?
Mercenari o pastori? Mediocri o egregi?
Essere o non essere? Questo è il problema.

domenica 22 aprile 2012

Don Giulio, domenica 22 aprile 2012

Buona domenica
don Giulio

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VANGELO DI RIFERIMENTO

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».


RIFLESSIONE

22 aprile 2012
PIÙ UNA LUCE È FORTE, PIÙ GENERA OMBRE SCURE
3a domenica di Pasqua B


Più una luce è forte e più genera ombre scure.
È una legge della natura:
se non vuoi le ombre hai una sola possibilità: devi spegnere il sole.
Le giornate senza ombre sono quelle grigie e uggiose.
Le giornate piene di sole sono quelle che hanno le ombre più nere.

La luce del Risorto ha avvolto più volte gli Apostoli
ed oggi ancora fanno fatica a credere:
li ritroviamo con un peso sullo stomaco e un macigno sul cuore,
proprio loro che sono stati gomito a gomito con Gesù
che lo hanno guardato negli occhi,
che gli hanno parlato faccia a faccia.
Che bello vedere che fanno fatica a credere anche loro,
anzi, proprio loro!

Ci troviamo dentro in questa pagina di Vangelo
tutte le ombre scure che attraversano il nostro cuore,
tutti quei punti di domanda che feriscono il profondo di noi stessi,
tutte le nostre fatiche, le nostre lentezze, le nostre scivolate,
i nostri dubbi sulla fede e sulla nostra stessa vita.

Quando hai lavorato tanto e un altro si prende il merito,
quando hai studiato tanto e un esame ti va male,
quando hai faticato tanto e non vedi alcun risultato
allora ti viene da buttare via tutto e ti chiedi:
cosa sto qui a fare? a cosa vale fare tanta fatica?

Quando tutto sembrava andare “abbastanza” bene
e lei o lui lascia e finisce una storia e tutto crolla addosso
e ti chiedi: a cosa servono tante promesse? era tutto finto?

Quando la malattia irrompe e incatena qualcuno che ami
o addirittura il cielo crolla, se lo prende, lo strappa via,
e tutto non ha più sapore e ti chiedi:
perché? che senso ha andare avanti?

In questi giorni ho colto la luce del Risorto
negli occhi profondi di una persona
che guardando alla sua storia tormentata diceva:
“L’amore non serve a niente, ma quando c’è cambia tutto!”.

Penso sia questa la buona notizia del Vangelo di oggi:
se in noi ci sono ombre, anche le più scure,
è perché c’è la luce.

Se non vedessimo le ombre, non saremmo luminosi o perfetti,
saremmo ancora più tristi perché saremmo opachi e grigi.

La fede, come l’amore, non serve a niente
ma sa trasformare la nostra realtà: cambia tutto
perché ti cambia gli occhi e il modo di attraversare la vita.

Gesù, per primo, si accorge che le parole non bastano.
I suoi amici sono pieni di dubbi. Che cosa fa allora?
Dice loro: “Sentite amici, venite qui, mettiamoci a tavola”.

Gesù poteva convincere della sua risurrezione
con effetti spettacolari o miracoli strabilianti
e invece risponde al dubbio con un gesto che sa di quotidiano,
che ha il sapore di casa, di famiglia, di relazione “normale”.

Mi viene da spiegarlo con ciò che succede dopo un incendio:
i vigili del fuoco spengono le fiamme, vincono il fuoco,
ma non basta, bisogna mettersi lì e rifare tutto da capo.
È triste, ma se una casa era bella, si può rifare bellissima,
anche se ciò costerà sudore, fatica, sacrifici e tante lacrime.

Avere fede nella Risurrezione vuol dire questo:
ciò che è crollato, fallito, finito, ciò che in te è buio o ferita,
non puoi lasciarlo così, facendoti paralizzare dalle lacrime,
devi rifarlo nuovo, ma più bello di prima, anche se costa molto.

Il Risorto dona la sua pace, ma mostrando le sue ferite.
Ci mostra la sua luce, ma prendendo in mano le ombre,
anzi facendosi bucare le mani e stracciare il cuore dalle ombre.

Dio non dà la soluzione ai problemi, ma la forza per affrontarli.

Avere questa pace interiore, cioè avere dentro la forza della fede,
significa scoprire un senso nell’oggi, nonostante la fatica,
significa sfidare le ombre dei fantasmi del passato,
prendere in mano il peso di ciò che ti schiaccia oggi
e guardare dritto negli occhi al tuo domani da costruire.

Se credessimo alla felicità con la stessa facilità e convinzione
con cui crediamo al male e alla negatività
il mondo, ma soprattutto la nostra vita e le nostre storie
fiorirebbero in una primavera di vita nuova.



domenica 15 aprile 2012

Don Giulio, domenica 15 aprile 2012


Buona domenica
don Giulio

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VANGELO DI RIFERIMENTO

Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse
le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei
Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto
questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al
vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il
Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse
loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i
peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non
saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era
con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo
visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il
segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non
metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i
discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne
Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi
disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la
tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma
credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli
disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non
hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non
sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti
perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché,
credendo, abbiate la vita nel suo nome.


RIFLESSIONE

15 aprile 2012
L’ENERGIA DEL MOTORE
2a domenica di Pasqua

“Il mondo nel suo agitarsi a destra e a sinistra
ha dimenticato che esiste un alto e un basso” (F. Werfel).

“Non è vero che chi non crede in Dio non crede in nulla,
rischia invece per finire di credere a tutto” (Chesterton),
perché “quando il cielo di svuota di Dio,
la terra si riempie di idoli” (K. Barth)
e la notte si riempie di fantasmi,
come quello che credono di vedere i discepoli
quando si trovano davanti il Crocifisso Risorto.

Proviamo a ridire queste dotte riflessioni in modo più concreto e
pratico.

Se io uso ogni giorno la macchina per spostarmi,
ad un certo punto la benzina consumata mi manda in riserva
e devo bloccare le mie corse e le mille cose da fare urgenti
obbligandomi ad uno stop dove posso rifornirmi di carburante.

Quando mi fermo a fare benzina,
so benissimo che è la macchina non è rotta, che non c’è un guasto,
manca solo il carburante. Messo quello tutto è ok.

Ma se questo è così scontato e banale per la nostra macchina,
perché non è per il nostro amore?
Quante storie si sono bloccate, accusandosi l’un l’altro
di chissà quali ingolfamenti o rotture o guasti,
quando invece si è andati avanti senza mai mettere benzina,
senza mai pensare di mettere energia nuova nel motore di coppia,
senza mai curare giorno dopo giorno le spie per un rifornimento
di attenzione, di premura, di comprensione, di dialogo, di tenerezza.

Ma se questo è così scontato e banale per la nostra macchina
e ci viene facile – pensandoci bene – applicarlo all’amore,
perché non può essere così anche per la nostra fede?

Quante volte diciamo di non credere, cioè di non arrivare più a Dio
perché si è rotto qualcosa nel nostro motore interiore,
quante volte diciamo di avere mille dubbi sul “funzionamento”,
e non ci poniamo mai la questione se non sia solo il fatto
che non abbiamo curato i rifornimenti,
che non siamo stati capaci di fermarci ogni tanto a ricaricarci.

Quando non mi curo della mia interiorità per non voglia
(non è solo questione di Messa, ma soprattutto di silenzio denso
di riflessione, di interiorizzazione, di decantazione della vita…)
all’inizio sembra non succedere niente
ma viene un giorno in cui la benzina finisce e tutto si ferma.

Quando non si dà più spazio agli abbracci perché sono da bambini,
alle risate perché ci sono cose ben più serie nella vita,
alle coccole perché noi grandi non ne abbiamo bisogno…
allora senza accorgersene la benzina si consuma pian piano
e un giorno ci si ritrova bloccati e non si va più avanti.

Il poeta cileno Pablo Neruda scriveva:
“Muore lentamente chi non ricorda sempre
che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Muore lentamente chi non si appassiona più”.

Il Risorto ci ricorda che non basta vivere. Bisogna vivere bene!

Canta la liturgia in questi giorni di Pasqua:
“morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello”.
Tocca a noi combattere il prodigioso duello della vita,
tra l’amore e l’odio, tra il vero e il falso, tra il giusto e
l’ingiusto,
tra il premuroso e il superficiale, tra il caloroso e il rassegnato,
tra l’attenzione e la distrazione, tra la meraviglia e la noia,
tra i rumori dei fantasmi della notte e la voce del Risorto all’alba,
tra la speranza e la rassegnazione, tra il vivere e il tirare a campare.

Come?
È questione di fermarci per mettere mano al cuore (al suo e al nostro)
ed è proprio quello che Gesù ha chiesto a Tommaso di fare:
"Metti qui la tua mano!".

domenica 8 aprile 2012

Don Giulio, Santa Pasqua domenica 8 aprile, Lunedì dell'Angelo 9 aprile 2012


Buona e santa Pasqua
don Giulio

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VANGELO DI RIFERIMENTO

Dal Vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro
di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata
tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro
discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il
Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro
allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce
di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati
là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva,
ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che
era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un
luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto
per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora
compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.



RIFLESSIONI
PER PASQUA
E PER IL LUNEDÌ DELL'ANGELO



8 aprile 2012

LA SORPRESA DELL'UOVO DI STEVEN
Pasqua B


Di fronte al burrone buio della morte,
di fronte al burrone buio della morte di Gesù in croce,
di fronte al burrone buio delle nostre morti interiori
(a cui diamo il nome di fallimenti, delusioni, illusioni, disillusioni,
ferite, abbandoni)
noi abbiamo sempre le vertigini.

Per comprendere queste vertigini,
alla luce del messaggio del Cristo Crocifisso Risorto,
vorrei raccontarvi la storia di un bambino, Steven,
di 9 anni, paralizzato e bloccato sulla sedia a rotelle
da un tragico incidente stradale nel quale, tra l'altro, ha perso
il suo papà.

Nei giorni vicini alle vacanze di Pasqua,
l’insegnante diede a tutti gli alunni un uovo di plastica,
vuoto nel mezzo, con il compito di riempirlo
con qualcosa che dicesse, secondo loro,
il senso della festa che si celebra, il senso della Pasqua.

L’insegnante avrebbe aperto le uova portate dagli alunni
commentando i simboli scelti dai ragazzi,
ma era alquanto preoccupata di non urtare la sensibilità di Steven
e ciò la metteva in agitazione.

Aprendo il primo uovo
la maestra trovò un bellissimo fiore, giallo splendente.
Pensò tra sé: “Non è sicuramente il suo!”.
Allora tranquilla disse: “Questo fiore è simbolo della natura che
sboccia e rinasce.
Pasqua è un risveglio di nuova vita,
il caldo canto della primavera vince il freddo silenzio
dell'inverno!”.
Un bambino, non Steven, si alzò in fondo alla classe dicendo:
“Maestra, è il mio!”.

In un altro uovo trovò una farfalla che subito volò via.
La maestra pensò: “Questo può essere quello di Steven,
perché per lui la vita è volata via in quell’incidente”.
Commentò: “È un bellissimo simbolo della Pasqua,
si rompe il guscio per passare da una vita ad un’altra,
dalla crisalide alla farfalla,
un passaggio di dimensione dal bruco che striscia sulla terra
alla farfalla che danza libera nel cielo”.
Ma un altro bambino, non Steven, disse:
“Maestra è il mio!”.

In un terzo uovo la maestra trovò un pezzo di roccia
e pensò che fosse sicuramente quello di Steven,
solo per lui la vita poteva essere così dura
da vedere in un sasso il simbolo della Pasqua.
“Anche la roccia può essere un bel simbolo di Pasqua:
sulla roccia poggiano le fondamenta delle nostre case,
come sulla forte roccia dell’amore si fonda la nostra vita.
Poi ci ricorda la pesante pietra del sepolcro di Gesù che chiudeva
tutto,
che è stata ribaltata il mattino di Pasqua da un'energia di
vita".
Con gran fatica la maestra aveva trovato una motivazione.
Ma un altro bambino, non Steven, disse:
“Maestra è il mio!”.

L’insegnante aprì poi un altro uovo e vide che era vuoto.
Un silenzio gelido avvolse la classe.
Steven, alzando la mano disse:
“Maestra, non dici niente sul mio uovo?”

“Perché è vuoto?”, chiese la maestra arrossendo dal disagio.

Steven le rispose: “Anche Maria, la mamma di Gesù, le altre donne e i
discepoli,
quando corsero al sepolcro il mattino di Pasqua, lo trovarono vuoto.
Il vuoto è diventato il messaggio della forza della vita”.

Un silenzio, pieno di vertigine, avvolse la classe.

Era lo stesso silenzio, pieno di vertigine, del sepolcro al mattino di
Pasqua.

Steven con quel vuoto gravido di silenzio aveva insegnato
alla sua maestra, ai suoi compagni – e a noi oggi –
il vero significato della Pasqua che il Dio di Gesù Cristo ci consegna:
senza Dio il mondo è un assurdo,
con Dio il mondo è un mistero.

Il segno della risurrezione è una pietra spostata che offre un vuoto.
La pietra non è disintegrata, non diventa leggera, non sparisce.
C'è e resta, pesante e grande. Ma spostata.

Alle donne e agli apostoli non viene consegnata una dottrina da
deglutire,
ma nel chiaroscuro dell'alba viene sussurrato un "non abbiate
paura".

La verità della risurrezione non è un'evidenza, ma una vertigine,
e, per dirla con le parole del cantautore Jovannotti,
“la vertigine non è paura di cadere ma è voglia di volare”.

Gli orientali, che amano giocare con le parole, esprimono così questa
vertigine:
"È impossibile, sentenziò l'orgoglio;
è rischioso, specificò l'esperienza;
è inutile, tagliò la ragione.
Provaci, sussurrò il cuore".

Sia questo l’augurio più bello di questa Pasqua,
di fronte alle vertigini dei silenzi dei misteri della vita,
di fronte al vuoto nel quale rimbombano i battiti del cuore e i
dibattiti della testa.

Il masso dei nostri dubbi, delle nostre fragilità, delle nostre ferite
resta,
grosso e pesante, ma "spostato".
Gli apostoli che vanno al sepolcro non trovano una certezza,
ma una scommessa: la pietra è stata spostata.

Cristo non ti dice: riuscirai a distruggere a pezzi il masso! No!
Cristo non ti dice: ti libererai dal peso che ti schiaccia! No!
Cristo ti dice invece: "L'ho fatto io per te: Te l’ho spostato!
Non aver paura! Tu devi solo uscir fuori!".
Quante volte ci ripetiamo “tirati fuori dalla buca!”.
Gesù che esce dal sepolcro ci toglie dalle nostre tombe interiori.

L'annuncio della risurrezione è dato all'alba
quando c'è abbastanza luce per chi vuol vedere
e sufficiente buio per chi non vuol vedere. Così è la fede.

"C'è chi si fissa a vedere il buio.
Io preferisco contemplare le stelle" (Victor Hugo).

Il celebre drammaturgo Achille Campanile,
in un suo testo pone un dialogo tra un credente e un ateo.
Al primo che diceva: “Io sono credente,
ma afflitto dal dubbio che Dio non esista”
l’altro rispose: “Io peggio! Io invece sono ateo,
afflitto dal dubbio che Dio esista realmente. Ed è terribile!”.

"La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare":
così sia il nostro modo di amare,
così sia il nostro modo di vivere,
così sia il nostro modo di credere.
Così sia Pasqua di risurrezione per ciascuno di noi.



9 aprile 2012

LA SPERANZA È L'ULTIMA A MORIRE
Lunedì dell’angelo

Non ci può essere più grande notizia per l’uomo che questa:
la morte ha perso il suo antichissimo privilegio di dire l’ultima
parola.
E allora fare Pasqua è veder risorgere in noi la speranza.
Proprio come dice il proverbio: "La speranza è l'ultima a
morire".

La nostra vita è ritmata continuamente da mille “speriamo”:
speriamo che con qualche pastiglia ci passino i dolori,
speriamo che il superenalotto ci risolva tutti i problemi,
speriamo che le previsioni del tempo ci promettano il bello,
speriamo che sul lavoro non sorgano troppe complicazioni,
speriamo che i nostri rapporti sentimentali tengano.
Ma questa non è “speranza”, questo è “ottimismo”.
Troppe volte noi confondiamo “speranza” con “ottimismo”.

Ottimismo è riuscire a vedere l’aspetto positivo della realtà
ignorando l’altra faccia, quella negativa.
La speranza, invece, colora la realtà per quella che è, standoci dentro.

Con la speranza cristiana non funziona il solito esempio:
“vedo il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto".
No, perché il sepolcro è tutto vuoto e questo è l’unico dato certo.

E non vedremo mai Gesù venire a confortarci dicendoci che
dopo tutto qualcosa dovrà pure andare per il senso giusto.
No, tant’è vero che a lui è andato tutto storto!

C’è solo una parola che abita la Pasqua: “Non temere!”.

Dio ci insegna, vincendo la morte, che
non è mai troppo tardi per cominciare a sognare,
ma è sempre troppo presto per smettere di farlo.

È bellissimo per noi vedere i discepoli e le donne arrivare al sepolcro,
dubbiosi, tristi, scoraggiati, delusi,
e tra mille "perché, se, ma, però"
non sentirsi dire dall’angelo altro che: “Non temete! Non abbiate
paura!”.

È il grido della speranza, è il canto della Risurrezione.
Ed è curioso che nella Bibbia compaia 365 volte,
come se fosse preparato per noi una volta al giorno.

Oggi, dinanzi al vuoto del nostro cuore, simile al sepolcro,
dinanzi ai pesi della nostra vita, simili al grande masso,
dinanzi a nostri passi incerti e inquieti, come gli apostoli,
l’angelo della risurrezione viene a ridire: “Non temere!”.

È questo il senso del bellissimo simbolo dell’uovo:
rompi il tuo guscio, lotta per venire alla luce, apriti alla vita!

Gli antichi vedevano nel guscio il sepolcro,
nel bianco dell’uovo la luce di Dio,
nel giallo la vita nuova: la “sorpresa”.
Per questo è diventato il simbolo della Pasqua.

Che la calda voce dell’angelo che ci sussurra “non temere”
penetri come lama di luce il pesante guscio opaco del nostro cuore
ci dia la forza di guardare alla vita come ad una sorpresa,
convinti che nulla ci può più spaventare o schiacciare
perché la morte ha perso il privilegio di dire l’ultima parola.

Cristo rompe il guscio delle rigidità che ci imprigionano
per farci “venire alla luce”.
Siamo noi la sorpresa dell'uovo della vita che oggi Dio ci ridona.
Questo è il vero "uovo di Pasqua".
E la nostra vita è buona ed è tutta da gustare, ci dice Dio,
proprio come simboleggiano le uova di cioccolato o quelle benedette.

Gustiamo la sorpresa di una vita nuova.
Non è mai troppo tardi per cominciare a sognare,
ma è sempre troppo presto per smettere di farlo.